Il risveglio del mercato al mattino annunciava l’inizio delle attività.  Non rumori fastidiosi: qualche richiamo, il camion con le verdure e la frutta fresche, il fioraio già  intento a disporre colori e profumi.

Cominciava il traffico di auto e persone dirette al posto di lavoro, con colpetti di clacson e richiami.
Gli studenti del liceo, tra frizzi e lazzi, sciamavano verso l’istituto, variamente e più o meno vestiti con stravaganza; qualcuno (ahi! ahi) con la sigaretta in bocca; qualcun altro già in dolce compagnia. Portavano i libri, pochi, con indifferenza come se non riguardassero le lezioni programmate.
Un gruppetto di persone alla fermata dell’autobus: mormorii di protesta per il cronico ritardo, passeggiatine brevi e nervose. All’arrivo, la frenata un po’ brusca strappava un “accidenti!”, poi la ripartenza  un po’ stridente.
Intanto, i negozianti tiravano su le saracinesche col classico, robusto rumore e si affaccendavano per esporre le merci, lanciandosi saluti e battutine.
La piazza era quasi pronta alle attività quotidiane.
Pian piano, comparivano massaie, operai, impiegati presi dai pensieri e si allargavano mormorii e chiacchiericcio.
Infine, accompagnati da genitori o nonni, i bimbi della scuola materna, pigolanti come uccellini, ridenti, recalcitranti; qualcuno aggrappato ai vestiti dei grandi nel tentativo di tornare a casa. Una sinfonia comunque gioiosa, piena di vita, meravigliosa da ascoltare.
Un insieme di suoni che raccontavano
Ora, no. Ora, silenzio.