Non c’è incrocio stradale, almeno nel centro città, che non sia presidiato da questuanti o venditori di merce varia. Tutti rigorosamente extracomunitari, per la maggior parte, almeno per quello che si può vedere, di provenienza africana. In qualche caso sostituiti da rom, in prevalenza donne.

Non ce ne vogliano i benpensanti: noi non siamo assolutamente razzisti o xenofobi. Questa è una semplice constatazione e siamo i primi fautori dell’accoglienza e della fratellanza. Inutile ipocrisia sarebbe mischiare la grave e complessa “tratta dei migranti” (una vera tragedia), interessante le nostre coste affacciate sull’Africa settentrionale, con quello che, invece, è diventato un vero e proprio “lavoro”. Sicuramente per molti di loro è vera miseria, ma è probabile che dietro a tutto questo possa esserci altro, addirittura vere e proprie organizzazioni di sfruttamento di questi uomini. Che magari devono “pagare” un prezzo altissimo, quello del loro “viaggio verso la fortuna” in Europa. Un debito che così non riusciranno mai ad estinguere. L’anticamera di un’inevitabile deriva verso il malaffare.

I “questuanti professionisti” sono ben organizzati, ci sono evidenti gerarchie tra i componenti di questi gruppi che oramai si sono spartiti le zone in cui operano quasi in esclusiva. Non è raro assistere alla reazione dei cittadini e/o degli automobilisti che puntualmente sono “circondati”, a piedi o quando in auto sono costretti a fermarsi al semaforo o a causa del traffico. I punti strategici per quelli “stanziali” sono: l’incrocio sul ponte Vanvitelli (addirittura sovraffollato!), il marciapiede antistante l’ospedale Fatebenefratelli, i semafori nella zona della Rotonda delle Scienze e il parcheggio di un centro commerciale di contrada San Vito.

Varie le tecniche di “aggancio” che adoperano i professionisti dell’elemosina. Non sempre garbati i modi, soprattutto quando questi approcciano donne o persone anziane. Sempre alto il rischio di “reazione” dei cittadini oramai diventati poco tolleranti rispetto a quella che è diventata una fastidiosa consuetudine. Quasi coercitiva.

L’accattonaggio non è reato, lo ha stabilito nel ’95 la Corte Costituzionale: la richiesta d’elemosina è lecità, purchè sia una legittima richiesta di umana solidarietà che non intacca né l’ordine pubblico né la tranquillità. Ma l’articolo 610 del Codice Penale vieta (e punisce) l’accattonaggio molesto e insistente. C’è poi l’articolo 671 che punisce l’impiego di minorenni per tale pratica.

Allora, cosa fare? Evitando civilmente di “reprimere” e iniziando un’opera di “prevenzione”, basterebbe posizionare pattuglie di Vigili, Carabinieri o Polizia davanti alla stazione ferroviaria in Piazza Colonna o nei pressi di quella “Appia”. Via con controlli a tappeto e la facoltà (legittima) di rispedire al proprio domicilio chiunque non possa giustificare la presenza in città. Dal lunedì al sabato, tutto l’anno, arrivano a Benevento i pendolari dell’accattonaggio: il treno per la maggior parte di loro è quello che arriva in città alle ore 9:50 da Napoli.  Lo sanno tutti oramai, ma nessuno fa niente.