Inutile ripeterlo: vedere il Benevento Calcio lassù, dà quasi le vertigini. Dopo 14 giornate di campionato, sono 18 i punti in classifica: media/gara 1,28. Tanta roba per una neopromossa. Ma non c’è nulla di artefatto, i risultati dei giallorossi sono frutto di lavoro, tanto, condizione psico-fisica ottimale e soprattutto fame. Tanta fame calcistica.

Decimo posto in classifica, nelle ultime 7 gare, 1 soltanto persa (ma nella quale la squadra di Inzaghi non ha affatto demeritato) e poi 3 vittorie e 3 pari (e contro squadre importanti). Secondo 2-0 consecutivo e secondo clean-sheet per Lollo Montipò. Numeri, entusiasmanti direi, ma è meglio non forzare la mano con gli aggettivi, che pure sarebbero più che meritati.

Fortuna, casualità, concatenazione di eventi a noi favorevoli? Assolutamente no. Pippo Inzaghi è riuscito ad entrare nuovamente in sintonia con la sua squadra, trasmettendo in maniera nitida il proprio credo calcistico. In serie A non c’è spazio per fronzoli e presunzione, soprattutto per compagini come la nostra che devono soltanto provare a salvarsi quanto prima (ma fosse anche all’ultima giornata…). E il Benevento si è trasformato in una squadra assolutamente cinica, che pratica un calcio “operaio” (nella migliore accezione possibile) e che non concede altro che le briciole agli avversari di turno, giocando con una cattiveria agonistica assoluta e una lucidità da far invidia, fino al triplice fischio. E poco importa che le contendenti si chiamino Juve, Lazio o Udinese, il cliché della prestazione è sempre lo stesso. Squadra corta, che copre e chiude perfettamente tutti i varchi in ogni zona del campo, pronta a ripartire e a far male, con una fase difensiva che migliora di gara in gara, e con tanta gamba. In aggiunta, l’estro e l’imprevedibilità di alcuni dei calciatori giallorossi, che stanno dimostrando (confermando la teoria di Inzaghi) che la serie A per molti di loro è arrivata troppo tardi.

Poche sbavature nell’arco della partita, assolutamente in linea però con quelli che sono i valori tecnico-tattici degli avversari. Impensabile non concedere nulla a calciatori dello spessore europeo quali Lasagna, Becao, Larsen, De Paul, Pussetto, Deulofeu, giusto per citarne alcuni. Nell’arco dei novantasette minuti complessivi, per il nostro portierone novarese soltanto normale amministrazione. E questo vuol dire tanto.

Il collante del gruppo è la fame. Di chi la serie A non l’aveva mai vista. O di chi, invece, era stato cacciato da questo campionato per dover ripartire dal basso. Per colpa, per sfortuna, per inspiegabili scelte magari. La fame di una società che ha pagato – eccome! – con insuccessi e qualche delusione di troppo, a fronte di cospicui investimenti, prima di affacciarsi con pieno merito ad un proscenio inimmaginabile, fino a pochi anni fa.

Questo Benevento piace, entusiasma, coinvolge per la semplicità con la quale affronta ogni partita. Peccato che i media nazionali non si siano ancora accorti di noi, salvo rare eccezioni. Ma, chissà che questo non sia un bene. Meglio non essere considerati, la sorpresa sarà sempre più grande per tutti quando  vedranno, e forse capiranno.

Qualsiasi obiettivo abbiano tutte le altre squadre, dovranno fare i conti con il Benevento. E, in riva al Sabato o ai piedi delle Alpi, i giallorossi non faranno sconti a nessuno, questo è garantito.