Da qualche anno il disagio sociale si percepisce in modo molto più palpabile anche nella nostra “piccola” città. Gazebo in centro, manifestazioni, raccolte di firme, occupazioni e proteste si susseguono con ritmi che diventano sempre più intensi e con forme più evidenti, a dimostrazione del momento particolare che investe la comunità.

Analizzarne le cause è fondamentale. Trovare qualche soluzione, indispensabile. Questa sarà la sfida del prossimo decennio. Più della metà del reddito di una famiglia, infatti  è assorbito da: casa, spesa energetica, spesa per acquisto alimenti. Nelle fasce più deboli queste tre voci arrivano a sfiorare quasi il 70% del reddito disponibile. Questa distorsione determina due effetti: il primo, le famiglie sono costrette a drastiche manovre di contenimento della loro spesa e, non potendo tagliare sulla casa né, se non in minima parte, sull’energia, tagliano sulla spesa alimentare, sulle cure sanitarie e sugli altri consumi; il secondo: la contrazione dei consumi determina la contrazione dell’economia e, dunque, del lavoro.

L’eccessiva incidenza di alcune voci sulla composizione della spesa delle famiglie impone una riflessione. Una quota significativa delle risorse che vengono impiegate dai consumatori per assicurarsi un alloggio e l’alimentazione non ritorna nel circuito economico. In altre parole, il denaro che le famiglie spendono mensilmente per la casa, che si tratti di rate di mutuo o di canoni di affitto, non crea lavoro se non in minima parte. Per rimanere in tema di casa (scottante in questi ultimi anni) è evidente che non esiste proporzione tra i valori di mercato degli immobili (espressi sia in forma di prezzi di compravendita che in forma di canoni di locazione) e il costo teorico di produzione degli immobili.

La differenza è determinata dai numerosi contrappesi  che gravano su quella dinamica dei prezzi: dalla speculazione sui terreni, ai ricarichi sui lavori edili; dall’effetto rialzo provocato dalle mediazioni, alle politiche bancarie sui mutui e all’induzione del bisogno, che droga la domanda e fa alzare i prezzi; meccanismi, tutti, che si riflettono anche sui canoni di locazione (e questo anche in città è più che evidente). La situazione non può rimanere senza intervento, a pena di collassi devastanti e dell’attivazione di un vero e proprio scontro sociale, il cui prezzo sarebbe comunque pagato dai cittadini. Il compito della politica, dunque, dovrà essere quello di restituire dignità e qualità della vita alle famiglie restituendo potere di acquisto al loro reddito, non tanto incrementandolo ma intervenendo sui prezzi, determinandone la discesa. In pratica e per rimanere in una visione locale, la spesa per la casa dovrà essere ridotta immettendo nel mercato alloggi a basso costo.

Si pensi, per esempio, ad utilizzare superfici edificate inutilizzate, soprattutto quelle urbane e già pubbliche (caserme, edifici dismessi) e le si utilizzino per trasformare l’edificato esistente in abitazioni a basso costo o per edificare a costo predeterminato. Puntare sul cosiddetto Housing Sociale poteva e potrà  essere una soluzione, visto il momento di crisi e la necessità di chiedere collaborazione ai privati,a patto che, lo stesso sia concepito e realizzato per venire incontro alle esigenze delle fasce più deboli e non venga inteso come nuova opportunità di speculazione edilizia.

Sarebbe davvero grave avvalorare una cementificazione irrazionale in un momento così delicato. Sarebbe davvero grave non farsi carico delle necessità palpabili che vivono le giovani coppie e tutte le persone che subiscono la contrazione economica e la crisi occupazionale. Se si riusciranno,ad esempio, a offrire alle famiglie case in affitto a canone accettabile, si riuscirà a ridurre fortemente il drenaggio del reddito dovuto agli attuali costi della casa. Negli ultimi anni, non lo si può dimenticare, sempre più cittadini sono diventati più poveri a fronte di uno sviluppo quasi nullo e di una mancanza cronica di possibilità di lavoro. Questa visione economica  ha reso i poveri sempre più poveri e numerosi; e i ricchi sempre più ricchi e meno numerosi.

Per concludere, bisognerebbe ripensare il cosi detto “welfare comunale. Si tratta di intervenire a livello comunale a sostegno della popolazione in difficoltà economica così come è stato fatto  da molte  amministrazioni negli anni 60 e 70. Il tema non è accantonabile, e gli interventi comunali sulle dinamiche dei prezzi potrebbero potenzialmente essere  in grado di produrre veri benefici alla popolazione e, conseguentemente, alla stessa amministrazione assai superiori alle risorse che vi potrebbero essere impegnate. Nessuna “squadra di governo”, per chiudere, può ignorare  questa sfida… ne tanto meno potrà farlo in  futuro!