Dal febbraio 2011, quando le forze lealiste di Muammar Gheddafi furono sconfitte dalla popolazione, sull’onda della cosiddetta “primavera araba” sostenuta da alcuni paesi aderenti all’Organizzazione delle Nazioni Unite, la Libia ha dovuto affrontare due guerre civili e , ancora oggi, fatica a costruire uno stato  politicamente e giuridicamente organizzato .

La prima guerra civile scoppiata nel 2011 vide la Libia rivoltarsi contro quattro decenni di dittatura di Gheddafi godendo dell’appoggio degli alleati della Nato. Nell’agosto dello stesso anno Tripoli cadde nelle mani dei rivoltosi e Gheddafi fu catturato e poi ucciso dalle forze ribelli. Dopo l’epilogo della guerra sembrava che la transizione del paese verso la pace e la democrazia dovesse essere pressochè automatica, idea questa sostenuta dal fatto che le frange ribelli fossero state in parte unificate, mentre  al contempo gli Stati vicini, Tunisia ed Egitto, guadavano con favore alla transizione della Libia verso la pacificazione; tale fu la convinzione in tal senso che i paesi Nato partecipanti al conflitto, non ritennero necessario schierare forze di pace nel paese, se non una minima presenza di una ridotta missione di coordinamento e stabilizzazione post conflitto.

Molti dei leader ribelli inoltre rifiutavano la presenza straniera su territorio libico, preoccupati della loro legittimazione popolare,mentre  intanto Francia, Gran Bretagna, Italia e altri Paesi costituirono anch’essi delle missionidiplomatiche con lo scopo di aiutare ad organizzare i  Ministeri Libici nel caos.

Nella realtà gruppi armati e brigate rivoluzionarie continuavano a rivendicare un ruolo nel paese diventando così una delle principali fonti di insicurezza per la futura struttura sociale. Le forze ribelli che avevano rovesciato Gheddafi erano altamente frammentate e l’idea di un unico «esercito ribelle» era puramente illusoria, i successi militari che avevano prodotto la caduta di Gheddafi erano in gran parte frutto di rivolte esplose nella zona di Misurata e sulle montagne di Nafusah, nella parte occidentale del paese, lungo il confine con la Tunisia.

Nel 2014 il paese ha dovuto affrontare una seconda guerra civile,  conflitto che vede fronteggiarsi le forze del Nuovo Congresso Nazionale generale e della coalizione Alba Libica di Tripoli, di tendenze filoislamiche e il governo basato nella città orientale di Tobruk e sostenuto dalla Camera dei rappresentanti e dall’operazione Dignità del generale Haftar.

Dopo lunghi negoziati tenutisi sotto l’egida delle Nazioni Unite, viene annunciata la formazione di un governo di unità nazionale che avrebbe dovuto superare le divisioni politiche del paese, ma con due governi e due parlamenti: uno a Tobruk, riconosciuto dall’Onu , guidato da Haftar e uno a Tripoli guidato da Al Sarraj, utile per affrontare la crescente minaccia del gruppo islamico (Is). Quest’ultimo però non è mai stato riconosciuto e controlla esclusivamente il territorio che circonda la città di Tripoli. In tutto ciò è bene ricordare che il primo ministro riconosciuto dalla comunità internazionale è Abdullah al Thinni, che ha vinto le elezioni nel 2014 e ha spostato la sede del governo e dell’assemblea costituente ad Al Bayda.

Ovviamente in assenza di una forte e legittimata autorità centrale, con una popolazione pesantemente armata, i conflitti interni hanno cominciato a proliferare, favoriti da una cultura tribale, da una tradizione di sopraffazione del nemico e dalla necessità della spartizione delle risorse.

In questo caos politico, nei giorni scorsi, si sono intensificati scontri violenti intorno a Tripoli, dove Fayez al Serraj, appoggiato dall’ONU e sostenuto con molta convinzione dall’Italia, precedentemente dai governi Renzi e Gentiloni e oggi dal governo Conte, è stato attaccato da sud da un gruppo di milizie guidate dalla Settima Brigata, considerata vicina al principale avversario di Serraj, cioè il generale Khalifa Haftar, l’uomo che controlla di fatto la Libia orientale e che vorrebbe controllare tutto il paese.

Le problematiche sono però anche di natura internazionale, Italia e Francia sono in rotta di collisione a causa dell’iniziativa della Francia di Macron di promuovere nuove elezioni in Libia senza informare l’Italia di tale iniziativa, malcontento nato già quando il 24 luglio 2017 il Presidente francese aveva organizzato un incontro a Parigi tra Serraj e Haftar, i due politici più importanti della Libia, senza includere l’Italia che si era invece visto riconosciuto per anni, dai paesi dell’Unione Europea, un ruolo di guida nelle vicende libiche.

E’ bene ricordare che gli interessi italiani in Libia sono molteplici, molti dei quali di natura squisitamente economica: il petrolio libico ad esempio, per il quale l’Italia detiene molteplici concessioni, è di facile estrazione, motivo per cui l’Eni lavora ininterrottamente in questo paese dal 1959 conducendo ottimi affari che, da contratto, non scadranno prima del 2042 (petrolio) e del 2047 (gas).

La lotta tra i due paesi europei non è però solo di natura politica, ma anche e soprattutto economica, legata cioè al petrolio libico, infatti negli ultimi anni di guerra civile l’energetica italiana Eni, è stata l’unica società internazionale in grado di produrre e distribuire petrolio e gas in Libia, il tutto grazie ad accordi con le milizie locali. Dalla primavera scorsa però, la Total, la più importante azienda energetica francese, ha cercato acquisizioni e partecipazioni societarie che consentirebbero alla produzione francese di entrare in territorio libico per l’acquisizione di 400mila barili di greggio al giorno nei prossimi tre anni, a condizione che il governo Serraj perdesse il controllo del paese a favore del suo rivale Haftar. Questa operazione consentirebbe alla Francia di guadagnare influenza in Libia a discapito del nostro paese.

La Libia, è bene ricordarlo, è inoltre un territorio di passaggio per quasi tutti i migranti che dall’Africa si dirigono in Europa e in Italia – la maggior parte degli oltre 200.000 migranti e richiedenti asilo che ha raggiunto il nostro continente via mare nel 2017 è partita con imbarcazioni dalla Libia, luogo in cui molti di loro sono finiti in detenzione subendo percosse, estorsioni, violenze sessuali per mano di guardie, milizie e contrabbandieri –  quadro sociale questo con il quale la politica italiana si sta confrontando mostrando i muscoli e ignorando o minimizzando l’aspetto  umanitario.

Difficile dire come e quando la crisi libica troverà soluzione, il nostro auspicio è che il senso della giustizia e del diritto possano e sappiano avere la meglio, a dispetto di una cultura ancora tribale e di interessi estranei alla storia del popolo libico.