Centosedici donne uccise da mariti, fidanzati, compagni o altri familiari. Una ogni tre giorni, questo il tragico bollettino di guerra dei casi di femminicidio nel nostro paese per il 2016.

Una “guerra di genere” che non risparmia nessuna donna, a prescindere dalla condizione economica cui si appartiene, dalla ragione “sentimentale” o di odio, dal bisogno di vendetta o, più banalmente, dal risentimento per un abbandono inaccettabile e inaccettato.

Il 25 Novembre, per volontà dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è stata istituita la “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”. Una giornata che ha l’ambizione di scolpire, nell’opinione pubblica, una stele commemorativa della violenza ingiustificabile ed insensata di cui le donne sono oggetto in tutti paesi del mondo.

Purtroppo il nostro Paese non sfugge alle forme di individualismo che sempre più spesso si manifestano con gesti di violenza sempre inutili. Sebbene studi scientifici spieghino molto bene come la violenza non sia dell’uomo, ma del genere umano in toto, risulta inaccettabile che tale violenza si scarichi quasi sempre nei confronti dei più deboli, quasi ad addossare agli altri, preferibilmente donne, le insoddisfazioni, le sconfitte, le delusioni o il malcontento che investono la vita di tutti i giorni, quella condizione che abilmente descrive il premio Nobel della letteratura Elias Canetti con il termine “spina”.

A ciascuna delle donne uccise o sfregiate da “compagni” violenti e brutali, ‘sconfitti’ dell’amore e della vita, dobbiamo volgere un ricordo, ricordare i loro sorrisi, le loro storie, le loro vite spezzate in nome di un distorto concetto di proprietà, considerati ‘ninnoli’ con cui giocare, ma cui non è permesso pensare, desiderare, scegliere, dissentire, destinate dunque ad essere usate e poi gettate via come un giocattolo vecchio che non diverte più e che, incredibilmente, vuol far sentire la sua voce, come se ne avesse diritto e capacità!

Rendiamo anche merito però alle tante donne che, pur umiliate nel fisico, hanno deciso, dopo essere nate a nuova vita perché sopravvissute ad un’aggressione, di testimoniare la loro esperienza e esortare tutte le donne a non accettare un destino di violenza che non appartiene loro, come fortemente espresso dalla frase “La violenza che subisci non è un tuo destino. uscire dalla violenza si può”.

Brutalità inaccettabili che, a nostro avviso, degradano ed umiliano prima di tutto gli uomini che sono protagonisti di gesti tanto assurdi, prepotenze che però non sono in grado di deturpare o uccidere la ragione di tante vittime che, in reazione al loro assurdo destino, hanno deciso di intraprendere, con la loro testimonianza leonina, una battaglia di denuncia e lotta contro comportamenti che non sono in grado, nonostante i tentativi dei vari aggressori, di tacitare la volontà di combattere e di non arrendersi all’inevitabile, fatti che generano solo voglia di ricominciare, a dispetto di tutto.

Emblematica la posizione di Lucia Annibali, una giovane donna che aveva interrotto la sua relazione con un uomo incapace di accettare la scelta della sua donna e per questo aveva messo in atto, prima forme ossessive di controllo su di lei e poi comportamenti di  sopraffazione fisica , fino all’uso dell’acido per sfigurarla, in un atteggiamento ‘punitivo’ nei confronti della irrevocabile decisione della donna di chiudere la loro relazione.lucia-annibali

Molte altre donne non sono sopravvissute alle brutalità dei loro compagni, uccise, fatte a pezzi, seppellite, eliminate spesso al cospetto di figli innocenti, tutte vittime di violenza estrema da parte dell’uomo contro la donna “perché donna”, tutti episodi troppo superficialmente etichettati come ‘delitti passionali’, fattacci di cronaca nera, liti di famiglia, tutte vittime per mano di uomini che avrebbero dovuto rappresentare una sicurezza e che invece sono diventati giudici ed aguzzini di chi affermavano di amare.

Sintomatica l’analisi psicoanalitica che S.Freud fa della società del suo tempo, studio in verità molto vicino ai caratteri odierni del nostro mondo, nella sua opera del 1929 “Disagio della civiltà”, in cui egli pone la felicità come scopo di ogni individuo, una felicità che non è però un valore assoluto, la pretesa dell’uomo si riduce infatti ad evitare la sofferenza e raggiungere una quota di piacere possibile. Evitare la sofferenza diventa dunque l’alibi ovvio per cancellarla, ma se essa è generata da qualcosa o da qualcuno, quel qualcosa o qualcuno va eliminato, quadro preciso di quanto accade negli episodi di femminicidio, distruggere e annullare la causa della sofferenza, quella donna che inspiegabilmente non appaga più, non “sta al gioco” e dunque va cancellata.

Storie di violenza in cui a pagare però sono sempre gli stessi soggetti, più facili da controllare e sottomettere, quelle donne che certi uomini non riescono ancora a vedere come propri simili, che vogliono continuare a considerare loro proprietà, con cui non sanno costruire una sana complicità e quel rispetto reciproco senza il quale siamo bestie antropofaghe, animali  che addossano ad altri le proprie colpe ed i propri insuccessi e che perciò non sanno camminare insieme, ma pretendono, in modo preistorico, di avere il diritto di  disporre di altri esseri umani per affermare se stessi e la propria distorta, personale ed egoistica “felicità”.