Giovani di diversa radice etnica e territoriale sono attratti fatalmente, nei nostri tempi, da pratiche terroristiche che producono decine di morti ed hanno come inevitabile conseguenza, nella quasi totalità dei casi, la morte dell’attentatore. Possono essere nati in Medio oriente, o anche in Europa, ma hanno in comune l’essere maschi, giovani e arrabbiati, in genere disoccupati, tenuti ai margini della società e inappagati dalla loro condizione professionale e personale.

La cronaca ci parla di giovani terroristi negli attacchi parigini del Bataclan o, ultimo della serie, di quell’Anis Amri, il tunisino protagonista di un attacco terroristico a Berlino che ha causato la morte di 12 persone, tra cui l’italiana Fabrizia Di Lorenzo, dello scorso 19 dicembre. I protagonisti di questi atti barbari di violenza sono comunque tutti giovani maschi che hanno in comune una rabbia che, secondo  Gunnar Heinsohn, sociologo ed economista tedesco di origine polacca, è riconducibile ad un gradiente demografico che prende il nome di youth bulge, termine coniato a metà degli anni ’90,  che identifica una condizione riconducibile  ad un “ surplus”  di giovani maschi disoccupati che il sistema economico non riesce ad assorbire.

Secondo tale teoria il ricorso a spiegazioni del terrorismo in termini di “origini culturali”, come sostenuto da media ed opinionisti, sarebbe scorretta, l’Islam o la decadenza morale ed economica dell’Occidente non giustificano infatti  gli atti di violenza cui stiamo assistendo messi in atto da parte di tanti giovani, più corretto sarebbe parlare di “surplus di giovani” che non trovano ciò che li appagherebbe: lavoro, gratificazione sociale ed anche  sesso.

Quest’ultimo fattore è infatti strettamente collegato a un “deficit di femmine”, vedi il gran numero di maschi giovani che approdano lungo le nostre coste in fuga dai loro paesi, oltre che dalle scelte sessuali delle donne in Occidente, più libere e dunque irraggiungibili secondo i dettami della cultura tradizionale dei paesi di origine, il tutto in contrapposizione al  Medio Oriente caratterizzato da una serie di valori tradizionali alieni alla libertà sessuale.

Il sistema economico dunque non riesce ad assorbire la massa di giovani presenti nelle nostre società e quando questo surplus, che prende il nome di youth bulge, diventa significativo , si creano  condizioni di instabilità per le democrazie, queste ultime infatti, secondo le teorie degli studiosi  Cincotta e Doces , sono formazioni tipiche delle società che vanno invecchiando, le società giovani infatti, secondo questi studiosi, non sono pacifiche perché l’abbondanza di manodopera ed il suo mancato utilizzo, fa sì che questi giovani sposino idee radicali o si impegnino in attività criminali.

Gaston Bouthoul, padre della polemologia, teoria dello studio della guerra e dei fenomeni sociali e politici correlati, afferma che le grandi guerre dell’umanità siano state, da un punto di vista sociologico/demografico, utili alla eliminazione del surplus di maschi ; la storia ci dice, infatti, che nei periodi precedenti ad ogni guerra, lo sbilanciamento della piramide demografica a favore dei maschi, abbia spesso prodotto un aumento delle violenze carnali.

In pratica la guerra diventa “sola igiene del mondo”, come affermato nel manifesto dei Futuristi degli inizi del ‘900, l’economia di guerra diventa dunque  una potente “macchina keynesiana”, che da una parte stermina il surplus, dall’altra fa volare l’economia, assorbendo manodopera e portando alla piena occupazione.

Un nuovo studio condotto da Population Action International (PAI), un gruppo di pressione privata con sede a Washington, suggerisce una forte correlazione tra i paesi a rischio di conflitti civili e quelli con popolazioni giovani in rapida crescita.

La “bulge giovinezza” ha dunque un potenziale destabilizzante in quanto figlia di disoccupazione dilagante, malcontento e dunque rabbia, tutti elementi che finiscono con l’alimentare violenze legate a disordini sociali se non anche a forme di terrorismo, strutture ideologizzate, ma sostanzialmente pronte a dare risposte immediate a rabbia, impotenza e insoddisfazione contro un mondo che “non fa nulla”, “non comprende”,  quindi è nemico e dunque merita la distruzione, anche a costo della propria vita.

Il modello terroristico crea dunque una sorta di progresso sociale, non a caso gli atti di terrorismo cercano di essere eclatanti in modo da avere visibilità attraverso i media, ma anche di progresso economico ottenuto attraverso mezzi extralegali alternativi, infatti solo se si dispone di altre opzioni sociali l’opportunità di entrare in un movimento armato diventa più bassa.

Secondo alcuni studiosi americani della struttura di una società e dei meccanismi che la caratterizzano, i paesi in via di sviluppo e dunque in fase di “transizione demografica”, sono particolarmente vulnerabili ai conflitti civili; una grande percentuale di giovani adulti ed un rapido tasso di crescita della popolazione in età lavorativa, tendono ad aggravare la disoccupazione, prolungare la dipendenza dai genitori e dunque diminuire l’autostima, tutti elementi che convogliano verso forme di rottura sociale  che trovano spesso negli estremismi il loro approdo e  rende più inclini a prendere le armi.

Non sappiamo se le teorie di cui sopra siano la spiegazione effettiva di quanto sta accadendo ai nostri giorni, certo è che il disagio sociale di tanti giovani va considerato elemento primario di una società che vuole rivendicare un modello democratico.