“Non c’è cosa più indomabile della donna, neanche il fuoco, non c’è belva altrettanto sfrontata.”
(Aristofane, Lisistrata,1014-1015)
(Federica Landi) – Essere donna nell’antichità era una colpa, un errore di fabbrica; per il padre un oggetto indesiderato da sfruttare senza investire,  per il marito un oggetto che ama a senso unico, costretto a portare rispetto senza ricevere nulla in cambio. Corpi vuoti senza voce e diritti.
Oggi essere donna è una condanna. Significa trovarsi sotto i riflettori costantemente: “sfiliamo” per una platea che non abbiamo desiderato, veniamo bombardate da esclamazioni umilianti  travestite da lusinghe, spogliate con sguardi che non abbiamo cercato.
Siamo piene di contraddizioni; contenitori di difetti e corpi belli senz’anima a seconda della volubilità del nostro giudicante.
In ogni epoca mercificate, vittime con un bersaglio sul cuore, peccati di uomini deboli.
È tutta colpa nostra: Siamo calamite che attirano i rifiuti, è una legge della natura, non possiamo evitarlo.
La legge giustifica e perdona qualsiasi indole perversa, razionalizza l’impulso dell’uomo e depreca l’ingenuità della donna, ora troppo svestita, ora troppo truccata, ora troppo appariscente, troppo donna per non meritarselo, per non essersela cercata.
L’oltraggio soddisfa la provocazione subita, trasforma la vittima in un possesso personale appagante, rendendo la sua libertà personale una fantasia e sporcando il suo corpo inchiodato per sempre alla pena inflitta.
Sono queste le brillanti antitesi e risposte di chi si sente un eroe, nel corpo di un vigliacco.
La nostra “ingenuità” è un’attenuante del sopraffattore, allora il nostro abbigliamento diventa una provocazione e non un modo di espressione, scatena pulsioni ferine e le giustifica.
Così subito diviene virale l’immagine sufficientemente vessata dalla storia prima e dai media poi della donna debole, vittima, incapace di alzare la testa e riscattare il proprio onore.
Le donne non sono alla ricerca del miglior difensore, non hanno bisogno di smascherare  un colpevole al tribunale della ragione, a loro non serve un pubblico che si commuova, prenda le loro parti quando la moralità lo impone, non hanno bisogno di spettatori passivi, di organi istituzionali che si destino dal loro dolce torpore quando è troppo tardi, quando l’intervento tardivo gioca a braccio di ferro con il tempo e perde, quando i giornali ne tessono le lodi e i familiari le piangono.
Abbiamo bisogno di essere amate, come qualsiasi essere vivente che abbia ancora qualche spicchio di cuore puro, amate da chi brilla nella loro luce, la tiene viva e non la spegne, amate da chi le guarda perché non può farne a meno, non per intimorirle o giudicarle.
Il silenzio e l’indifferenza sono il nutrimento dei deboli e dei sopraffatti.
Ma la donna per natura non è debole, sopporta chi la mortifica, fa finta che tutto vada sempre bene, sta zitta per non causare dolore, trascina la propria famiglia e fa in modo che non si sgretoli attutendo ogni sferzata, ogni insulto o meschina lusinga, ogni carezza pungente, ogni parola schifosamente crudele che ha intenzione di riportarla all’ordine, di farle abbassare la testa.
Nel momento in cui il tacito assenso diventa una prassi quotidiana,  la donna scade nella sua degenerazione: non è più moglie dell’uomo che amava ma schiava del padrone che lei stessa ha scelto, cameriera del suo superiore, mandante ed esecutrice della propria condanna.
Viviamo in un mondo fatto di tante parole e poche certezze, mille proteste e scarse rivolte, innumerevoli allarmi e sconfortanti epiloghi.
Donne, mamme, ragazze, figlie imparate a non amare chi vi umilia, a non sottovalutare una spinta, uno schiaffo, una minaccia perché non c’è niente di innocente o puerile in tutto ciò. Ogni spinta, ogni schiaffo, ogni minaccia non è mai fine a se stessa, può sempre degenerare, una volta, due, tre… colleziona lacrime, vuoto e vite spente e inasprisce gli animi con semi di rabbia muta.
Smettete di credere in quell’amore che lascia lividi sul corpo e nella mente, perché non è amore ma sottomissione.
Aprite gli occhi e scavate oltre il primo stato di impeccabile apparenze e discernete il buono dal mostro, il sano dal marcio.
Uomini, padri, ragazzi, figli non credete di essere forti se alzate la voce, le mani, non sentitevi grandi impugnando un coltello o tenendo stretta tra le mani una bottiglia d’acido… Siete inutili e bloccati nella vostra pochezza se pensate che la violenza sia sinonimo di forza, che le donne siano di vostra proprietà, che il loro timore di essere giudicate ed incomprese sia indice di inferiorità.
Apprezzate chi sta al vostro fianco e vi sostiene, guardatele negli occhi, non desiderano niente di più prezioso del rispetto.
Non strappate loro la luce dagli occhi, non fate smarrir loro  il senso della vita e vedrete che saranno più belle senza lividi, dolori e con un sorriso finto cucito sul volto.
L’inferiorità non è donna ma è la condizione di chi abusa della vita altrui.
Lo stato di minorità è quello a cui appartengono tutti coloro che credono di essere migliori dell’indifeso, proprio di chi bloccato ad un gradino più basso nella catena evolutiva crede ancora che esista la superiorità di genere.
È debole l’uomo che usa come arma di potere, gli stereotipi che lo hanno reso invincibile agli occhi della società , perché la sua debolezza gli impedisce di conquistarla, il suo cuore immobile non riesce ad amarla, e ricorre a metodi alternativi per ottenere ciò che senza violenza gli sarebbe negato.
Agiamo perché non abbiamo certezze e il tempo scorre più veloce di noi, dobbiamo imparare a dominarlo con immediatezza, tempestività e intelligenza.
La procrastinazione e la giustificazione subito pronte a soffocare l’accusa, sottraggono libertà alle vittime per darla in prestito ai sopraffattori.
Quando ci stancheremo di dare seconde possibilità a chi non merita nemmeno la prima, quando saremo stufe di accondiscendere ed essere trattate come schiave, strumenti e poco altro, forse, sarà troppo tardi.
Voi donne, alzate  la testa ora perché lo sguardo basso è proprio del colpevole, non abbiate paura di far sentire la vostra voce, nessuno potrà zittirla, non abbiate  paura di vivere ma riprendetevi la vita.
Voi, uomini allontanatevi se capite di non essere in grado di affiancarle, di sostenerle…
Gioite della loro bellezza e non fatela sfiorire.
Andate via se non siete in grado di amarle.
Non abbiamo bisogno di altro sangue, di altro odio, di altre scuse, di altre vittime.