Fabiano Antoniani, broker, assicuratore e soprattutto dj di successo, coinvolto in un drammatico incidente automobilistico il 13 giugno del 2014, a 36 anni, è morto alle 11.40 in Svizzera dopo aver scelto, consapevolmente e per essere ‘libero di rimanere libero’, la “dolce morte”, lontano dal suo paese che è rimasto sordo alle sue richieste di scegliere il fine vita per tutelare la dignità della propria esistenza umana, al punto da fargli affermare: : “Sono giunto in Svizzera senza l’aiuto dello Stato”.

Condannato dal tragico incidente ad essere cieco e tetraplegico e a restare immobile per il resto della vita, Fabo ha deciso di operare l’ultima scelta per lui possibile, chiudere la propria esistenza con un atto di fierezza esistenziale che il nostro codice penale condanna come reato.

A nulla sono serviti i tantissimi appelli da lui lanciati nel vuoto dai microfoni de le Iene al Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e al Parlamento (bloccato sulla proposta di legge del testamento biologico), perché fosse riconosciuta, nel nostro paese, la pratica consapevole dell’eutanasia  come espressione della libertà di un individuo sofferente rispetto al proprio fine vita, per porre fine  ad una vita che, secondo Dj Fabo, “non meritava più di essere vissuta”.

Fabiano Antoniano aveva chiesto al tesoriere dell’  “Associazione Luca Coscioni”, Marco Cappato,  di accompagnarlo in Svizzera, in una clinica specializzata, per esaudire il suo desiderio di chiudere un’esistenza tormentata dal dolore e dalla sua  condizione di passivo vegetale. E’ stato lo stesso Cappato che ha twittato  la notizia della morte di Fabo alle 11.40 del 27 febbraio.

Con la morte di questo sfortunato concittadino si riapre, in modo amaro, il dibattito sulla pratica dell’eutanasia nel nostro paese, di un gesto che dettato da un dolore profondo e intimo e da un tormento interiore e strettamente personale, diventa poi oggetto di valutazioni ideologiche, morali, religiose e si trasforma  da atto privato, in ‘res pubblica’ intorno alla quale si sprecano giudizi e prese di posizione.

Numerosi i precedenti di una scelta tanto tragica, come quelle di Luca Coscioni, Giovanni Nuvoli, Eluana Englaro ed altri, decisioni dettate dal rifiuto personale di “vivere senza vivere”, scelte che hanno diviso le nostre volontà e le nostre coscienze, ma che comunque, secondo noi, vanno rispettate perché frutto di consapevolezza del gesto e soprattutto espressione dell’ultima e decisiva volontà di dare un senso e soprattutto rispetto e dignità alla propria esistenza.

In molti paesi europei la pratica del “lasciar morire” è tollerata e praticata, in Svizzera, Lussemburgo e Belgio la stessa pratica è legale, in Italia  esiste una proposta di legge in merito che dovrebbe approdare in Parlamento a marzo, più una di iniziativa popolare favorita dall’ “associazione Luca Coscioni”. Tuttavia la politica appare lontana e sorda rispetto ad un tema civile che, fuor di ogni condizionamento etico/ideologico, ha il diritto di essere regolamentato per porre fine a forme di “turismo del suicidio”.

Per evitare forme di ‘accanimento terapeutico’, sta diventando pratica comune fra molti nostri concittadini, il ricorso a tatuaggi ben visibili con i quali si chiede, in caso di incoscienza dei portatori di essi, di non intubare o alimentare forzosamente, forma estrema di rispetto di se stessi in mancanza di norme che tutelino la libertà di scegliere il proprio fine vita.

Il tema dell’eutanasia è oggetto di dibattiti, ma anche di rappresentazioni cinematografiche importanti, ci piace ricordare in merito il film “Mare dentro” di Alejandro Amenabar, del 2004,una pellicola tratta da una storia vera in cui si racconta la storia di Ramon Sampedro, un marinaio che a seguito di un incidente è paralizzato e si limita a vedere il mare da una finestra accanto al letto su cui giace. In questo caso la lotta per l’eutanasia dilania il personaggio che al rimprovero fattogli  : “Una libertà che elimina la vita non è libertà” , risponde affermando : “E una vita che elimina la libertà? Non è vita!”, perché secondo lo stesso  personaggio “La vita è un diritto, non un obbligo”.

Tema scottante dunque sollevato, oggi, dalla morte di Fabiano Antoniani, un giovane che amava la vita al tal punto da volerla chiudere quando essa è diventata una prigione di sofferenza su cui  non aveva più controllo, quasi aguzzina di una mente ridotta a impotente spettatore.

Nessuno può dire se la sua scelta sia stata giusta o sbagliata, perché nessuno ha vissuto la sua esperienza intima e dilaniante, a noi non resta che cercare di comprendere e rispettare la sua decisione ed augurarci che, se ambiamo a definire la nostra società civile, ci sia presto spazio per una legge che tuteli, fino all’ultimo, la libertà dei cittadini del nostro paese, anche in merito al proprio fine vita.