Ennesima strage ad opera di un individuo solitario ad un concerto al festival di musica country “Route 91. Harvest’ a Las Vegas nei pressi del Mandalay Bay Casino. Il bilancio è al momento terribile, si parla di 59 morti ed 527 feriti.

Il killer è un residente locale di 64 anni, tale Stephen Paddock,  bianco, che pare non fosse legato a gruppi militanti. Fermata anche la moglie che pare avesse creato disordini durante il concerto gridando : “Morirete tutti!”.

Si tratta della sparatoria più sanguinosa della storia americana, secondo quanto sottolinea anche la Cnn. Prima di questa notte, la più grave era stata quella avvenuta tra l’11 e il 12 giugno 2016 a Orlando, in Florida, quando un uomo ha ucciso 49 persone in un night club frequentato da omosessuali.

Ancora una volta si uccide degli innocenti, si spara su persone indifese per il solo gusto di uccidere, si spezzano vite con la leggerezza di chi va a caccia e spera di vincere prede, con la coscienza di essere, per un momento, il più forte, il più furbo, il più bravo, a dispetto di motivazioni, se ce ne sono, ideologiche, religiose o forse più certamente puramente psicotiche.

Era uno normale, qualcosa deve essere successo, deve aver pesto la testa, siamo scioccati” ha dichiarato il fratello del killer durante un’intervista al Mail on line.

E’ lecito chiedersi a questo punto se una persona “normale” può realizzare una strage senza un  motivo, che significato ha il termine “lupo solitario” per un individuo che progetta e realizza una strage  a danno di persone che non conosce, che nulla di male gli hanno fatto e che, soprattutto, sono ignare del pericolo e dunque non in grado di difendere se stesse.

Ormai sembra quasi una moda, le psicosi personali sembra che vadano concretizzandosi in atti di violenza, disturbi psichiatrici che vanno ammantandosi di ragioni ideologiche per soddisfare se stesse, allucinazioni e deliri che distorcono la realtà e impediscono di stabilire normali rapporti di comunicazione con tutti gli altri, che alimentano accuse, contro se stessi e contro gli altri, minacce di punizioni, di morte, visioni oniriche che si trasformano in atti concreti e violenti e appagano, momentaneamente, fino al suicidio o alla morte vista come esito probabile e accettata come coronamento ultimo dei propri disturbi psichici.

I proclami del Califfato nero che chiede ai propri seguaci di tornare in patria o ammazzare, dove si trovano, gli infedeli , sono diventati purtroppo un viatico per quanti, insofferenti e insoddisfatti delle loro vite “normali”, trovano nelle parole di Abu Bakr al-Baghdadi e dei suoi seguaci, la risposta più immediata ai loro problemi, quasi la soluzione alle loro sconfitte personali, la strada che promette tutto ciò che sarebbe per loro irraggiungibile, la notorietà, la personificazione di un bisogno mai espresso concretamente e che tragicamente viene soddisfatto.

Ovviamente il terrorismo non è solo quello islamico, come il malessere e le psicosi non ha colore, né razziale, né religioso, né politico o culturale. Vorremmo anzi ricordare che tutte le stragi compiute in nome di Allah hanno finito con il colpire i veri musulmani, ignari ed inconsapevoli degli atti compiuti in loro nome; per il vignettista Latouff “i proiettili che traforano la redazione di Charlie Hebdo arrivano alla moschea che sorge alle sue spalle”.

Purtroppo però il “groviglio della paura”  ha finito con il prendere il sopravvento modificando spesso i nostri stili di vita e soprattutto producendo risposte antidemocratiche proprio da parte delle istituzioni democratiche del nostro Occidente, come ad esempio le limitazioni imposte alla libertà degli individui. E’ normale che immagini di persone fatte a brandelli ci colpiscano in modo particolare, ciò nonostante la ragione vuole che il raccapriccio non alimenti il pregiudizio, che quest’ultimo non diventi lo strumento di valutazione delle diversità.

In altre parole, noi crediamo che  la paura non va demonizzata, ma non può neppure essere sostituita dall’apertura, dall’accoglienza e dalla comprensione, senza prima sostare e se possibile trasformare la paura stessa, quella che proviamo nell’incontro con le diversità o con i conflitti e la violenza, in disponibilità a cercare ed individuare le ragioni del malessere, delimitando le cause dalle conseguenze, le ragioni personali da quelle teoriche, le persone con problemi psichici da quelle normali.

Le nostre paure non sono nuove rispetto a quelle vissute dai nostri predecessori, la differenza sta nella nostra capacità di veicolare notizie, ideologie, immagini di violenze, video di fatti che sembrano portarci nel luogo di accadimento, parole e gesti che finiscono, grazie alla nostra tecnologia, per trovare emulatori malati.

Non ci resta allora che razionalizzare l’allarme, per   sfuggire a quel “groviglio della paura” che ormai troppo spesso acceca e spinge verso rivincite e rappresaglie o verso costruzione di muri che non fanno onore alla nostra civiltà e disattendono i bisogni di libera circolazione del nostro mondo globalizzato.