Ancora donne vittime di un odio maschile verso chi non si può sottomettere, Vania Vannucchi e Rosaria Lentini, ultime martiri di una strage ormai infinita; nel 2016 sono oltre 60 le donne uccise da uomini malati di delirio di onnipotenza e furia di sopraffazione.

Nel 1929 Sigmund Freud scriveva un saggio sul “Disagio della civiltà”. Purtroppo oggi più che allora la civiltà sembra non solo a disagio, ma gravemente a rischio, vista la sempre maggiore frequenza con cui gli uomini uccidono le donne, una civiltà in cui un amore si trasforma troppo spesso e quasi con naturalezza, in voglia di predominio sull’altro a qualunque costo, in cui il “più forte” fisicamente pretende il controllo del rapporto trasformandosi, inesorabilmente, in uno sconfitto che ricorre alla violenza per dimenticare il proprio insuccesso come uomo.

Come cancellare ai propri occhi la disfatta del rapporto con la propria donna? Come punire in modo clamoroso la decisione dell’altra di abbandonarlo? Un coltello o un liquido infiammabile, un accendino e via: così, con una lama o col fuoco, si cerca di ‘punire’ la donna che ci ha lasciato, che ci ha tradito, che ci ha abbandonato, senza parole, senza sguardi, senza amore, ci si vendica di chi ha osato rivendicare la propria scelta di vita, la libertà di ricostruire la propria esistenza spezzando un legame che non appaga o peggio, ferisce o tormenta.

Può un rapporto affettivo trasformarsi in rapporto di forza tra una debole ed uno forte? Ma chi è veramente il debole nella lotta all’ultimo sangue in cui si ricorre alla violenza per conseguire l’effimera vittoria? Certo la donna soccombe fisicamente, ma l’uomo artefice di gesti violenti non è un vincitore, infatti nell’attimo stesso in cui compie l’efferato gesto proclama, suo malgrado, la propria disfatta: non sa conquistare o trattenere una donna accanto a sé, è rifiutato perché indegno e senza valore.

La storia ha sempre esaltato il predominio della forza fisica, ma queste vittorie sono state sempre frutto di una guerra, ma la vittoria fisica del maschio negli episodi di femminicidio è il frutto di quale guerra? Quale l’oggetto del contendere tra un uomo ed una donna? Freud risponderebbe: la conquista del fallo, intendendo con esso il potere di decidere e gestire la propria vita.

Finchè le donne accettano di essere possesso degli uomini, di essere oggetto del loro potere, le cose sono chiare: non c’è rapporto, c’è un padrone e un oggetto. La donna oggetto, certo! Quando però l’oggetto decide di diventare soggetto, di pensare liberamente, allora si manifesta quell’odio fino ad allora silente nei confronti della ‘diversità’, un odio alimentato dal proprio senso di fallimento, dalla propria inadeguatezza, dall’inaccettabile rifiuto dell’oggetto nei confronti del soggetto storico del rapporto a due. 

Oggi però le donne si sono allontanate dal modello patriarcale e maschilista del passato – anche se in verità, seppure senza clamore e riconoscimenti,  le donne hanno sempre deciso e mosso la società a dispetto della tradizionale superiorità maschile – la libertà di scelta e l’emancipazione femminile raggiunte sono diventate un valore aggiunto ed acclarato della società moderna, una qualità specifica del nostro tempo che non ha mai avuto la pretesa di scalfire i diritti del maschio, ma solo di affiancarsi ad abilità diverse che, congiunte, fanno la differenza nello sviluppo della società e della sfera del vivere insieme.

Le donne non sono più oggetti che si barattano con due mucche e una capra, non si comprano al mercato, come ancora accade in qualche luogo di questo nostro mondo evoluto e tecnologico, ma non possono essere neppure le vittime di “delitti passionali” che di “pathos” non hanno davvero niente, vittime di ‘storie malate’ che hanno, come tragica conclusione, la morte come approdo tragico ed insopportabile di amori insani figli di persone insane.

Il dominio ed il possesso della compagna, ossessioni che hanno portato alle ultime due morti, due donne le cui vite spezzate in modo atroce ed insensato gridano giustizia davanti agli uomini di cui sono state vittime, ma anche e soprattutto davanti ad una cultura insaziabile di sopraffazione che oltrepassa i limiti della razionalità, sfociando in questo modo nella patologica e misera sconfitta dei loro carnefici e del mondo che ha generato una tale ‘patologia comportamentale’.

Se è vero che possiamo gestire il nostro potere su cose, pensieri, emozioni, idee, è altrettanto vero che non può esistere il controllo di un essere umano sull’altro, a prescindere dal colore della pelle, dalla religione, dalla lingua, dalla cultura, ma soprattutto dal sesso dell’altro, perché non può esistere l’uno senza l’altro, perché è solo nel rispetto reciproco che possono nascere sentimenti duraturi, solo nell’accettazione delle diversità dell’altro può crescere e rinvigorirsi il nostro potere di esseri umani.

Per questi motivi la pretesa di tale controllo rappresenta solo la dichiarazione di una sconfitta personale di chi la rivendica, pretesa dunque che non merita perdono.