43 morti, di cui 19 stranieri, questo il bilancio dell’attacco di martedì sera all’aeroporto Ataturk di Istanbul. Dopo gli efferati episodi di Bruxelles, il copione della strage indiscriminata e senza un obbiettivo dichiarato si ripete: un gruppo di assalto kamikaze entra in un aeroporto e spara, semplicemente spara, contro chiunque si trovi davanti, senza un bersaglio definito e soprattutto prendendo alla sprovvista migliaia di persone inermi ed innocenti che si trovano lì per caso.

Tutti diventano bersagli, l’unico scopo è quello di seminare morte indiscriminata e quindi paura. L’importante è dunque uccidere comunque, con una raffica o con una cintura esplosiva, l’obbiettivo è indifferente, può essere un militare, ma anche un uomo o una donna qualsiasi, purché la si possa uccidere, perché tutti sono nemici, di cosa non è chiaro, ma non è neppure importante.

Un aeroporto è un luogo elitario, è affollato e si può fare sicuramente danno, è un luogo di veloce passaggio di individui con itinerari diversi, di persone prese dai loro impegni e disattenti a quelli degli altri, luogo di partenza per vacanze o per necessità di lavoro o di semplice transito verso destinazioni diverse. Un luogo di tutti e di nessuno dove è più semplice che altrove mescolarsi e confondersi, dove è più difficile che qualcuno noti un bagaglio particolare, un abbigliamento diverso, né tanto meno intenzioni particolari.

Ci si può difendere in luoghi simili da pericoli così minacciosi? Esistono nel mondo luoghi di scalo aereo sicuri? La risposta è no, un no secco e tragico confermato da tutti gli esperti di sicurezza del mondo, nonostante il rafforzarsi dei sistemi di prevenzione in quei luoghi.

Unica eccezione a tale tragica verità è l’aeroporto Ben Gurion di tel Aviv, un luogo in cui la sicurezza è a livelli di estrema attenzione, chi entra in quel luogo viene controllato individualmente più e più volte, il primo controllo avviene fuori dell’aeroporto e poi, a diversi livelli, esso si protrae fino al momento dell’imbarco.

Chi arriva con i mezzi pubblici deve passare attraverso un primo metal detector situato già alla stazione degli autobus o dei treni della città. Chi, invece, si muove con macchina privata o taxi viene fermato a circa un chilometro dalla porta d’ingresso dove almeno due agenti chiedono, ad esempio, la destinazione. Nel livello 2, all’ingresso dello scalo, altre guardie armate osservano e chiedono informazioni ai viaggiatori “interrogando” tutti sulla destinazione, nel mentre controllano i timbri sul passaporto per capire se ci sono stati passaggi in paesi a rischio. Nel livello 3 del controllo, si chiede se si è stati in Cisgiordania, chi ha preparato il bagaglio e se questo è sempre stato sotto il controllo del proprietario.

Qualora ci si renda conto che c’è qualcosa che non va, si chiedono notizie sui genitori del viaggiatore e del perché si è intrapreso quel viaggio, il tutto considerando anche il tono delle risposte, l’accento del viaggiatore, l’espressione dei muscoli facciali ecc., un livello di controllo che è stato oggetto di critica da parte delle associazioni per i diritti civili secondo i quali tali procedure finiscono con il colpire soprattutto gli arabo-siriani o i musulmani.

Dopo tutti questi controlli, al check-in viene apposta, sul retro del passaporto, un’etichetta gialla su cui è stampigliato un numero da 1 a 6, dove “1” sta per ‘passeggero non minaccioso’, in genere israeliani e da “2” a “3” si individuano cittadini stranieri di religione ebraica. Il “4” e il “5” ai turisti. Il “6” viene attribuito ad arabo-israeliani, attivisti filo-palestinesi, visitatori con diverse nazionalità o origini da un Paese musulmano.

Agli ultimi livelli di controllo, coloro che sono stati segnalati con i numeri dall’ “1” al “4” proseguono per l’imbarco, gli altri devono sottostare ad ulteriori controlli. È l’ultimo livello (pubblico) e separa ulteriormente i controlli. I “5” passano il bagaglio a mano ai raggi X e camminano attraverso un metal detector. I “6” seguono le tappe dei “5”, ma poi vengono invitati a lasciare la valigia a un agente che la apre per individuare tracce di esplosivo e materiale radioattivo. Il viaggiatore viene perquisito, entra in un body scanner e viene sottoposto a un ulteriore interrogatorio. Superato questo passaggio si arriva dritti all’imbarco.

In pratica viene misurato l’indice di pericolosità di ciascun passeggero, il tutto per impedire, si spera, l’ingresso di pericolosi terroristi. Inutile dire che la certezza assoluta non esiste neppure in quel paese e che l’aeroporto Ben Gurion è molto più piccolo di altri scali aerei del mondo.

Sempre alta l’attenzione in Israele dopo l’attacco terroristico all’aeroporto del 30 maggio 1972 nel quale morirono 24 persone, ma molto alti anche i costi sostenuti dal sistema di controllo, in media dieci volte più alta di quelli sostenuti dagli scali degli Usa, affidata ad uomini addestrati a tale scopo.

I terroristi hanno dunque vinto? Dovremmo forse tornare ai viaggi con cammelli o transatlantici dell’altro secolo? O dovremmo non viaggiare più? Ovviamente è fuori discussione l’abbandono dei moderni mezzi di trasporto, ma forse il ricorso a forme più alte di controllo all’ingresso degli aeroporti sarebbe necessario. Il mondo è diventato molto piccolo, nessuno di noi può immaginare di nascere, vivere e morire nello stesso luogo per sempre, né possiamo accettare l’idea che la paura la dia vinta ad un branco di assassini vigliacchi che fanno una guerra senza un nemico dichiarato, individui ebbri del loro sangue che, a noi persone civili, non suscita neppure pietà.