Riceviamo e pubblichiamo l’intervento a “Conversannio” del Dott. Luigi Ruscello che, per sopravvenuti impegni personali, il relatore non è riuscito ad esporre nel corso dell’evento:

[…] Tanto premesso, avrei voluto allargare il discorso ad un progetto molto più vasto e articolato. Ciò non toglie che esporrò quelli che ritengo i punti salienti, cominciando col dire che non è possibile continuare a chiedere che tutto provenga dagli Enti pubblici, di qualsiasi livello essi siano. Insomma, il compito più importante dovrebbe essere appannaggio del “privato” e non del “pubblico”. Per cominciare, è indispensabile qualche dato e la fonte è l’ISTAT, che ha pubblicato fino al 2010 i dati distinti tra Capoluogo e Altri Comuni e fino al 2013 quelli complessivi.

Ho ricostruito le serie di dati a partire dal 1990 ed è da osservare che le presenze provinciali si caratterizzano per tre fasi: una riduzione dal 1990 al 1997, una crescita dal 1997 al 2007 e una nuova caduta, questa volta molto consistente, dal 2007 al 2013. Quest’ultimo annoinfatti rappresenta il minimo assoluto del periodo considerato, con 97.607 unità; mentre, il 2007 è stato quello di massimo con 164.679 presenze. Benevento Città, invece, ha avuto un andamento costante fino al 2000, per poi salire fino al 2006 e scendere in seguito. L’analisi non può prescindere dai dati relativi all’unico sito beneventano censito per il numero di visitatori, cioè il Teatro Romano. Al riguardo, c’è da osservare che dopo il brillante quadriennio 2000-2003, in cui i visitatori hanno superato an-che le 30.000 unità, nel 2014 c’è stato un ritorno di fiamma, con più di 20mila visite. Tuttavia, il 2014 si segnala anche per l’esplosione del Museo Caudino, il quale ha surclassato il Teatro Romano con gli oltre 25mila visitatori.

In definitiva, il bilancio turistico provinciale, se si esclude, appunto, il Museo Caudino, è quanto mai fallimentare. E, s’impone una riflessione su come procedere in futuro. La realtà beneventana soffre per la vicinanza di Napoli e della costiera in generale, per la stagionalità, per una scarsa conoscenza del territorio, da parte degli operatori e dei turisti, e per la nostra mancanza del senso di ospitalità.

Occorre impegnarsi, quindi, quotidianamente per ottenere sensibili miglioramenti. Un’azione svolta solo qualche volta non porta benefici.

Inoltre, gli strumenti di tale azione devono essere tra loro con-catenati, “in strategia”, cioè non improvvisati ma programmati e non solo a livello comunale, quanto a livello intercategoriale e pluriterritoriale.

Solo così potrà essere raggiunto l’obiettivo dello sviluppo turistico, da cui far discendere la creazione di reddito per le imprese locali (ricettive, ristoratrici e produttive), e di nuova occupazione. Nel 2011 è stata emanata la legge n. 106, con la quale, all’art. 3, comma 4, è stata data la possibilità di istituire i “distretti turistici”.

Essi sono “zone a burocrazia zero”, così come definite dall’art. 37-bis della legge 221/2012.

Nei Distretti sono attivati sportelli unici di coordinamento delle attività delle Agenzie fiscali e dell’INPS e presso tali sportelli le imprese del distretto intrattengono rapporti per la risoluzione di qualunque questione di competenza propria di tali enti, e possono presentare richieste e istanze, anche rivolte a qualsiasi altra amministrazione statale, nonché ricevere i provvedimenti conclusivi dei relativi procedimenti.

Vi è la possibilità, infine, di realizzare, nel loro ambito, progetti pilota concordati con i Ministeri competenti in materia di semplificazione amministrativa e fiscalità, anche al fine di aumentare l’attrattività, favorire gli investimenti e creare aree favorevoli agli investimenti (AFAI), mediante azioni per la riqualificazione delle aree del distretto, per la realizzazione di opere infrastrutturali, per l’aggiornamento professionale del personale, per la promozione delle nuove tecnologie.

La peculiarità di tale legge, tuttavia, consiste nel fatto che l’iniziativa per la costituzione dei Distretti spetta ai privati e non alle Amministrazioni pubbliche; mentre, la loro delimitazione è da effettuare, entro il 31 dicembre 2015, dalle Regioni d’intesa con il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo e con i Comuni interessati, previa conferenza di servizi promossa dalle imprese turistiche.

I tempi, quindi, sono molto stretti. Bisogna trasformare, allora, le sofferenze in opportunità. La vicinanza a Napoli e alla Costiera si può utilizzare organizzando “escursioni” dai porti di Napoli e Salerno.

La locuzione «Una “crociera” a Benevento» va letta, dunque, in una duplice ottica.

Un primo significato equivale a dire che i pacchetti turistici devono essere strutturati come quelli di una crociera, cioè stanzialità fissa in Benevento, o qualsiasi altro Comune in grado di offrirla, ed escursioni guidate nei luoghi storico-culturali, paesaggistici ed enogastronomici. Per tali escursioni si potrebbe utilizzare il pullman gran turismo in dotazione all’AMTS di Benevento.

Il secondo significato si riferisce alla proposta da avanzare alle diverse compagnie di navigazione per la creazione di una “escursione” a Benevento. Come è ben noto, infatti, numerose crociere hanno i porti di Napoli e Salerno come scali, per cui sarebbe opportuno contattarle per organizzare visite guidate a Benevento o Pietrelcina o altre zone ancora (nei limiti di tempo consentiti dagli scali). Termino con un accenno ai beni culturali.

Per questi ultimi sarebbe da elaborare un progetto, se possibile a livello provinciale, da finanziare con i fondi europei.Esso dovrebbe prevedere 5 fasi.

In primo luogo, un censimento dei beni, di qualsiasi genere es-si possano essere: monumentali, librari, archeologici, naturali-stici, ecc.

Una volta individuati, i beni dovrebbero essere valutati ai fini di un loro utilizzo turistico, cioè l’inserimento in percorsi consigliati o guidati.

Fatta la scelta dei beni più capaci di essere utilizzati, se dovessero risultare appartenenti all’Ente Provincia, si dovrebbe studiare un piano di acquisizione degli stessi, da parte dei Comuni ove essi si trovano, prima che, con la riforma definitiva delle province, facciano una brutta fine, ossia incamerati dalla Regione. Penso, su tutti, al Museo del Sannio.

Gli ultimi due stadi del progetto dovrebbero riguardare, utilizzando per quanto sia possibile risorse operative locali, prima di tutto un piano di recupero per quei beni che ne avessero necessità, ma soprattutto, un piano di manutenzione costante.