Nelle canzoni di una volta, fatte di Musica (con la M maiuscola) e parole comprensibili e mai volgari, si trattavano anche argomenti impegnativi.
Venivano celebrati, sì, i classici temi: casa, mamma, famiglia, amore… ma anche problematiche sociali. Il lavoro dei minatori e dei loro eroici sacrifici era un argomento che esaltava la volontà di essere indipendenti e dignitosi.
E l’emigrazione che costringeva a lasciare il Paese e la famiglia risuonava in commoventi note (“…e ‘nce ne costa lacreme st’America…” scritta da Libero Bovio nel 1925) che esprimevano l’angoscia delle separazioni e il timore dell’ignoto da affrontare.
Anche l’affluire di stranieri, come nel dopoguerra, trovava posto specialmente nelle canzoni più popolari, a volte tragicomiche (Tammurriata nera…). Soprattutto, si celebrava la Donna, rappresentazione di forza morale, di fedeltà, ma anche di tradimento o di fatuità (Balocchi e profumi…), a volte costretta a darsi al “piu’ antico dei mestieri”…
A sottolineare la sofferenza di questo, l’incomprensione generale e la condanna, nacque la canzone delle Lucciole, confinate a vivere di notte, nascondendo il loro dramma e fingendo una inesistente allegria.
Oggi si usano altri nomi; c’è un approccio differente al tema; si mostra più tolleranza; si rifugge dal considerare la responsabilità maschile e dell’intera società “civile”.
Tuttavia, resta il fatto che tante, troppe donne, di ogni razza o appartenenza politica e religiosa, vengono coinvolte  e, con le dovute e certamente rare eccezioni, costrette a vivere da “lucciole”: la definizione sembra poetica, ma, come recita la canzone, il cuore, costretto a ridere, vorrebbe piangere.