Acceso il dibattito in questi giorni sulla proposta del Vicepremier Di Maio di obbligare i negozi alla chiusura nei giorni delle festività. L’argomento diventa oggetto di discussione: soprattutto in questo periodo in cui l’economia cerca di risollevarsi e si approssimano le festività natalizie come occasione per una sensibile crescita dei consumi.

Secondo Di Maio :”La proposta a prima firma Dell’Orco è semplice e ricalca ciò che accade anche negli altri Paesi europei, dove non esiste che i negozi debbano rimanere sempre aperti: prevede sei giorni di chiusura degli esercizi commerciali nel lotto dei dodici festivi comandati. È una misura che permette anche a chi ha un negozio e lavora nel commercio di poter passare le feste insieme alla propria famiglia” e continua : “Non è un caso che anche la Conferenza episcopale italiana, davvero attenta alle esigenze della famiglia, sostenga questa nostra proposta”.

A fronte di molte obiezioni relative soprattutto ai centri turistici ed ai bisogni dei cittadini, Di Maio ha leggermente modificato la sua proposta affermando: “Bisogna comunque garantire che il 25% degli esercizi commerciali a rotazione deve restare aperto”.

Giusta o sbagliata, la proposta ha suscitato numerose polemiche, molti condividono l’ipotesi di riconoscere il diritto al riposo festivo per i lavoratori soprattutto del commercio, molti altri fanno invece notare che ci sono lavori che comunque prevedono la turnazione nei festivi – vedi trasporti pubblici, ospedali, polizia, vigili urbani, musei, attività balneari, ristoranti, ecc – e non per questo le famiglie si sfasciano come ipotizzato da Di Maio, per non parlare poi del principio della  libertà degli esercenti a tenere aperte le loro attività commerciali nei giorni che più ritengono produttivi.

Secondo coloro che non concordano con l’ipotesi di chiusura nei giorni festivi, più che obbligare a tale chiusura, sarebbe necessario regolare e rafforzare le leggi che disciplinano il lavoro festivo, non necessariamente abolito.

Le regole che consentono le aperture festive dei negozi erano state introdotte dal decreto liberalizzante detto “Salva Italia” del 2012 dall’allora premier Mario Monti, in tale decreto l’articolo 31 aveva liberalizzato l’apertura dei negozi lasciando agli esercenti totale autonomia.

Cosa succede però in Europa? In nessun paese della Ue il lavoro domenicale è totalmente proibito, anche in nazioni come la Grecia, la Germania e la Francia, nelle quali sono presenti maggiori limitazioni, sono presenti deroghe. Malta, Ungheria, Finlandia e Danimarca hanno introdotto e successivamente abolito le restrizioni sul lavoro domenicale. In realtà, secondo una pubblicazione del centro studi Bruno Leoni, in 16 dei 28 Stati membri dell’Unione europea non è presente alcuna limitazione di orario o apertura domenicale.

Anche l’Unione europea si è espressa in materia introducendo, sul tema, un unico vincolo nella direttiva sull’orario di lavoro e cioè quello di concedere al dipendente un giorno di riposo dopo sei di impiego, giorno che però non deve necessariamente cadere in un festivo.

La Confcommercio condivide l’ipotesi di intervento sulla regolamentazione delle aperture festive dichiarando che tali aperture “non hanno portato né maggiore fatturato né un incremento occupazionale. Il fatturato si è spalmato su più giorni nella settimana”. Di diverso avviso sono invece la associazioni dei consumatori che ribadiscono la necessità di dare maggiore visibilità ai veri problemi del paese, lasciando la norma della libertà che consente al commerciante di aprire quando vuole il suo negozio, la cosa infatti, secondo l’associazione, riguarda milioni di persone. Il progetto di legge, sostenuto dal leader pentastellato, sempre secondo l’associazione dei consumatori, porterebbe ad un drastico taglio dei posti di lavoro, si parla di 400mila occupati, con la perdita del 10% del fatturato per il settore commerciale.

A dire il vero se sarebbe giusto impedire che molti neoassunti debbano sottostare al ricatto di accettare di lavorare nei festivi come condizione di assunzione – vedi giovani e donne – forse, lasciando come sacra la libera scelta di ciascuno ad amministrare la propria attività lavorativa come più gli è comodo  – molti giovani preferirebbero lavorare nei festivi piuttosto che non lavorare e restare disoccupati –  e considerato che il lavoro festivo viene normalmente retribuito in modo maggiorato,  sarebbe ancora più urgente intervenire sulla pratica del lavoro nero o di quei lavori per i quali non si percepisce compenso  – vedi tirocini degli studi professionali, in alcune attività artigianali ed in qualche esercizio commerciale.

E’ bene ricordare inoltre che i lavoratori, secondo quanto previsto dal contratto collettivo nazionale,  possono rifiutare la prestazione domenicale e festiva in tutti i casi di genitori di bambini fino a tre anni o di lavoratori che assistono portatori di handicap e persone conviventi non autosufficienti. Ovviamente qualcosa può cambiare in merito alle caratteristiche del relativo contratto di lavoro.

Provvedimento dunque frutto della necessità di salvaguardare i diritti o solo ennesimo strumento di propaganda? E’ legittimo il dubbio.

Il nostro augurio è che al di là di ogni rèclame politica possa affermarsi il principio della preminenza del diritto al lavoro, urgente necessità dei nostri giorni e delle nuove generazioni, se poi il lavoro dovesse capitare nei giorni festivi deve essere libero di decidere se accettare e trovare il modo per organizzare con soddisfazione e senza “sfaceli”, la propria vita familiare.