La ruota degli esposti del convento dell’Annunziata a Napoli, gira sui suoi antichi cardini dall’esterno verso l’interno dell’antico monastero. Il contrasto del legno scuro con il bianco delle mattonelle della piccola stanza dell’accoglienza per i bambini abbandonati è piena di silenzio. Respira ancora, però, di quei singhiozzi soffocati, di nomi sussurrati, mani che accarezzano per un ultimo saluto verso  braccia pronte al benvenuto. Il futuro di una creatura in una ruota che allontana, avvolge e isola. Sono tante le emozioni che assalgono il visitatore quando oltrepassa il grande portone della casa di accoglienza ormai vuota.

Ieri, però, è stato tanto il calore dei sentimenti che hanno arricchito l’appuntamento dedicato a “Cara Adozione”, il libro che ha realizzato l’Associazione “Italia Adozioni” per raccontare attraverso le lettere  l’iter adottivo, dalla decisione della coppia alla ricerca delle origini del ragazzo ormai adulto.

Presenti all’incontro Roberta Cellore, responsabile e curatrice del progetto “Cara Adozione”, Emilia Rosati, una delle autrici e cofondatrice del comitato “Diritto alle Origini”, Maria Caniglia, consigliere comunale e presidente della commissione politiche sociali del Comune di Napoli, Antonella Lia, psicologa psicoterapeuta, Silvana Lucariello, responsabile polo adozione di Napoli e componente dell’AIPA (Associazione Italiana Psicologia Analitica).

Tanti sono stati gli argomenti trattati: il diritto alla genitorialità, il post adozione, il rapporto tra l’istituzione scolastica e le famiglie adottive, la relazione tra genitori e figli, l’impegno degli enti locali verso le famiglie adottive, la figura del bambino nel contesto sociale che lo accoglie. È prevalsa su tutte le tematiche esposte una grande cura della figura materna con le sue numerose sfaccettature: l’impegno delle madri adottive che si assumono il compito non facile di accogliere la rabbia, la disperazione iniziale per vivere le sofferenze dei figli attraverso una strada tortuosa ma accessibile, controversa ma benefica, giungendo così al rapporto madre – figlio che diventa unico e inseparabile.

L’amore passa anche attraverso il linguaggio musicale come messaggio universale, che in questo caso è stato interpretato dal professore Romeo Barbaro con brani dedicati alle madonne campane e alla madre terra.

Le letture realizzate da una dei responsabili dell’Associazione culturale Manallart hanno sigillato un evento straordinario che ha fatto rivivere le stanze di un orfanotrofio chiuso negli anni Ottanta. Un monumento storico non solo da un punto di vista architettonico ma anche culturale e sociale.

Lungo i corridoi e nella cappella interna alla struttura sembra ancora di udire le fanciulle parlare e pregare la Madonna delle Scarpette che veglia su di loro e che, come vuole la leggenda, cammina per i corridoi dell’antico ospedale per aiutare i bambini ammalati consumando le sue preziose scarpe di broccato.

Fuori intanto i vicoli risuonano di voci e traffico di un mondo che cambia ma non dimentica i “figli della Madonna”.