L’emergenza Coronavirus ha drammaticamente segnato il mondo, l’Europa, il nord e il sud del nostro Paese. Sotto diverse dimensioni: sanitaria, economica, occupazionale, sociale e non ultimo di tenuta psicologica. Nulla sarà più come prima.

Scenari ipotizzabili solo in un libro di fantascienza sono diventati all’improvviso parte della nostra vita quotidiana.

Dovunque paura, incertezza, un’ansia mai conosciuta prima. Si poteva immaginare che all’improvviso si scatenasse tutto questo? Sicuramente no, anche se alcuni modelli di sviluppo, orientati esclusivamente al profitto e poco attenti ai beni pubblici, alla salvaguardia ambientale e al benessere collettivo, avevano più volte lasciato intravedere che si stava tirando troppo la corda. Ora si è spezzata.

L’emergenza segnerà in modo ineludibile il futuro del Pianeta e può a tutti gli effetti, considerarsi uno spartiacque tra ciò che è stato e ciò che sarà.

In Italia ha evidenziato alcuni punti critici del sistema, la fragilità degli snodi politici, istituzionali, economici, sanitari. Al tempo stesso però ha messo in evidenza che esistono risorse (umane, territoriali, produttive) troppo spesso marginalizzate che invece hanno saputo affrontare con umiltà e determinazione il difficile momento e mettersi, ancora una volta, al servizio del Paese: l’agricoltura e l’alimentare rappresentano di certo una di queste.

Questa crisi ha già detto molte cose ed indica con nettezza il percorso obbligato della ricostruzione, morale e materiale, che il paese dovrà intraprendere quando tutto sarà passato. È però necessario programmare fin da subito la ripartenza, mettendo al centro nuovi modelli di azione e di pensiero.

In primo luogo, l’emergenza ha certificato che la cultura nata pasciuta e cresciuta negli anni del populismo, è destinata ad avere vita breve.

La crisi ha evidenziato l’esigenza di un ritorno immediato ai principi cardine che assistono lo sviluppo dei Paesi moderni e civili.

Lo studio, il merito, la responsabilità, la legalità, l’onestà, la scienza e la competenza, l’approfondimento e la conoscenza sono editti irrinunciabili.

Convinzioni fondamentali che in questi anni hanno sofferto a fronte dell’avanzata di un indistinto qualunquismo che in nome di un deleterio egualitarismo, ha preteso di trattare i diversi da uguali e di livellare tutto, in nome di una indistinta massificazione.

Ma la crisi ha detto pure che le discrasie comunicative, gestionali ed organizzative registrate tra lo Stato centrale e le Regioni non potranno più essere tollerate. È necessario ripensare l’assetto istituzionale del Paese, favorendo non gli interessi particolari di piccoli gruppi ma il benessere delle popolazioni.

La rincorsa fuori tempo ai principi di un federalismo che pure poteva oltre 25 anni fa essere comprensibile, perché sembrava una risposta plausibile alle richieste di maggiore responsabilizzazione dei governi territoriali, oggi appare del tutto superata.

Sanità, istruzione, welfare devono essere centralizzati e soprattutto garantiti a tutta la popolazione italiana e in special modo alle fasce più deboli e vulnerabili.

Così come non è più sostenibile un sistema istituzionale composto da 20 Regioni, che poco o nulla sembrano avere in comune.

Una razionalizzazione dell’assetto Istituzionale complessivo sarà inevitabile, con la riduzione al minimo delle Regioni e con l’istituzione di macroaree omogenee per funzioni o poteri.

La babele di ordinanze emergenziali emanate dalle Regioni e dagli Enti locali nelle settimane dell’emergenza, spesso in contraddizione tra loro, ha evidenziato un disordine amministrativo oltre il livello di guardia e non più tollerabile dai cittadini, stanchi di lotte di potere sulla loro pelle.

E ciò rappresenta un vulnus che non consente l’uniformità di governo. Nelle emergenze bisogna parlare con una voce sola. Chiarezza e determinazione del messaggio devono prevalere su tutto. A livello economico, il Paese è rimasto quasi immobile. Se l’emergenza si protrarrà oltre l’anno, studi accreditati hanno dimostrato che la percentuale delle imprese destinate a fallire si attesterà ad oltre il 10% rispetto al 4,9% attuale, a livello nazionale; a livello locale potremmo andare oltre.

Ed è indubbio che, a risentirne maggiormente, sarebbe il mezzogiorno – è forte la preoccupazione che il divario tra nord e sud si possa accentuare – ed in particolare le sue aree interne, che sono le zone più fragili. Ma sono anche quei territori in cui il potenziale inespresso è ancora alto e su cui dobbiamo investire per favorire modelli di sviluppo endogeno agganciati alle risorse e potenzialità locali, che sono le uniche risorse non trasferibili ed imitabili in altri contesti geografici.

I settori più colpiti già sono, e saranno, il turismo, i trasporti e quelli manifatturieri; con forti criticità nel commercio, ristorazione, ma anche in agricoltura in particolare nel settore vitivinicolo (solo per citare il comparto più famoso). Difficoltà tuttavia si registrano in tutti i settori di produzione primaria e nello svolgimento dei servizi collegati (agriturismo, vendita diretta in azienda, fattorie didattiche,…).

Lo Stato e le istituzioni locali devono intervenire presto e bene. Non è più rinviabile l’atteso piano di finanziamenti straordinari nel mezzogiorno, diretto alla costruzione delle opere infrastrutturali, di risanamento urbano ed ambientale. Nella nostra Provincia dare immediato avvio o accelerazione alle opere infrastrutturali quali, strada Telese-Caianello, completamento della Fortorina, Alta capacità-velocità Napoli-Bari, utilizzo a pieno delle Acque della Diga di Campolattaro, Ferrovia Valle Caudina, collegamento stradale per interporto di Nola attraverso la valle Caudina con costruzione di una galleria nel Partenio.

Insomma per dirla in breve: rompere l’isolamento. Non solo fisico, ma anche in favore di tutti quegli investimenti che possono migliorare il nostro livello di connessione e digitalizzazione, favorendo investimenti anche in reti di telecomunicazioni, sempre più importanti. La crisi attuale ha messo in luce che per la fornitura di alcuni servizi di base ed essenziali, come la formazione, è necessario poter disporre di infrastrutture telematiche per garantire a tutti i nostri ragazzi di competere con altri territori europei e internazionali e di non restare indietro, pena un divario che difficilmente potrà essere colmato in futuro. Probabilmente poi, parte del rilancio economico sarò legato a nuove forme di svolgimento delle attività che non potranno più prescindere dall’utilizzo delle nuove tecnologie.

Il tutto anche attraverso procedure amministrative celeri tipo quella utilizzata per la ricostruzione del ponte Morandi a Genova che hanno funzionato benissimo. Senza però mettere da parte il rigore che deve accompagnare l’intervento dello Stato, ma anzi rilanciandolo.

Così come non si può più differire da una iniezione di liquidità, diretta o indiretta a tutti i settori maggiormente colpiti dalla crisi, ed ai cittadini, anche ripensando alcune regole che guidano il funzionamento dei programmi pubblici di intervento e sostegno all’economia e alle popolazioni.

Così come non è più rinviabile un vero e proprio shock fiscale da molti invocato e non più dilazionabile.

Oltre a provvedimenti da adottarsi in ambito Europeo, è necessario, nel medio periodo, prevedere una detassazione degli utili d’impresa e un taglio delle tasse sul reddito delle persone fisiche, nel rispetto del principio della progressività; Consentire così aumenti di consumi ed investimenti.

Inoltre, considerata l’importanza del turismo, nel Mezzogiorno si potrebbe considerare la previsione dell’integrale defiscalizzazione dei viaggi in Italia.

A prescindere dalle forme di dettaglio che si troveranno non è più possibile lavorare con la cassetta degli attrezzi classica, sono necessari nuovi strumenti e modi di agire innovativi.

Infine, si necessità una corretta applicazione del Decreto Liquidità e delle disposizioni del Decreto Legge 7 Marzo 2020 n*18.

Si ritiene infine, quanto mai opportuno, considerata l’emergenza, di chiedere a tutte le amministrazioni Pubbliche di sbloccare tutti i crediti a favore delle imprese e delle professioni. In alcuni ambiti sono stati registrati ritardi non più assorbibili dal tessuto produttivo. Si rischia di arrivare ad un paradosso per cui molti fallimenti privati saranno attribuibili all’inefficienza della macchina pubblica.

In questo momento delicato, al fine di prevenire fenomeni di usura, presso la Camera di Commercio stiamo attivando un Osservatorio di monitoraggio e di aiuto gestito direttamente dall’associazione “LIBERA di Don Ciotti”. Perché è proprio in questi momenti di estrema difficoltà che forme parallele di governo riescono a guadagnare campo e a sostituirsi allo Stato e alla legalità. Tutto ciò va impedito con tutte le forze che possiamo mettere in campo, per non avere nei prossimi anni un’economia drogata dal malaffare.

Concludendo, si propone di attivare presso la Camera di Commercio di Benevento un tavolo permanente composto dalle rappresentanze del sistema imprenditoriale (coinvolgendo tutti i settori) e del lavoro, il Presidente della Provincia, il Sindaco del comune capoluogo, anche in rappresentanza degli altri comuni della Provincia, il Presidente della Camera di Commercio, il consigliere Regionale e tutta la deputazione sannita, al fine di monitorare costantemente tutte le scelte che saranno messe in campo da tutte le istituzioni a livello Europeo, Nazionale e Regionale. Inoltre, sempre lo stesso tavolo dovrà essere promotore di riflessioni e possibili sollecitazioni che potranno contribuire alla definizione di proposte concrete.

E se un insegnamento, tra i tanti, ci lascerà questa triste esperienza sarà quello di incominciare a fare per tempo le cose: senza ritardi, rinvii, omissioni. E soprattutto farle non tanto per fare un po’ di comunicazione, ma lavorando per assicurare ai nostri figli un futuro di speranza e benessere, come hanno fatto per tutti noi i nostri nonni e i nostri genitori.

Smettendo di confidare sempre in una eterna seconda possibilità.