Asse Benevento-Caserta-Napoli per la gestione congiunta del settore giovanile calcistico, sotto l’egida del Benevento Calcio. È la nuova, ambiziosa e, sotto certi aspetti, rivoluzionaria idea partorita dalla vulcanica mente dell’avv.Oreste Vigorito al cui gruppo familiare è affidata, com’è risaputo, in piena autonomia gestionale la cura e l’organizzazione della “cantera” giallorossa. Il giallorosso si unisce, ora, al rossoblu ed in parte all’azzurro per sviluppare nuove e più forti sinergie nell’ottica di individuare, formare e far crescere, come uomini prima e come sportivi poi, i nuovi talenti calcistici. Si tratta di un progetto ambizioso, anticipato ed illustrato dal responsabile Diego Palermo, che conta tra l’altro pochissimi eguali nell’intero panorama calcistico italiano, se non altro perché vede coinvolte, in una sorta di gemellaggio “produttivo”, due realtà calcistiche come Benevento e Caserta, da anni divise da sentimenti di accesa rivalità sportiva. Accantonati e superati, pertanto, gli ottusi steccati da quest’ultima eretti, l’intero progetto ruota intorno al Benevento Calcio, che ne rappresenta il fulcro centrale. Nè avrebbe potuto essere altrimenti, in virtù della collaudata struttura organizzativa e grazie soprattutto alla credibilità e all’affidabilità che la società sannita ha saputo conquistarsi negli ultimi anni, con particolare riguardo al settore giovanile, vero e proprio fiore all’occhiello, ammirato ed invidiato da tutt’Italia, “inventato” e voluto a Benevento dal compianto Ciro Vigorito. Sotto questo aspetto la società sannita ha dato una forte dimostrazione di “potenza” e questo non può che far piacere ed inorgoglire.
Il progetto, che prevede anche un possibile interscambio di talenti, coinvolge anche la scuola calcio del “Caravaggio Sporting Village“, bellissima ed accorsata struttura polisportiva napoletana, anch’essa facente capo alla famiglia Vigorito dove i “colori sociali” ufficiali sono rigorosamente il giallo ed il rosso e tutto, ovunque ti giri, sembra ricondurti idealmente alla Città delle Streghe.
L’idea-progetto, oltre a ad essere, come dicevo, ambiziosa, richiede anche una forte dose di coraggio. L’Italia, si sa, non è un Paese per gio­vani. Anche, e direi soprat­tutto, nel cal­cio. Da anni, la sin­fo­nia suo­nata su tv e gior­nali è que­sta: i club, grandi e pic­coli, non inve­stono sui set­tori gio­va­nili. Pre­fe­ri­scono “fare spese” all’estero, portando sui campi di serie A — ma anche nelle cate­go­rie infe­riori — mate­riale umano di scarsa qua­lità, impo­ve­rendo il livello tec­nico del nostro pal­lone. Ora la sen­tenza arriva dai numeri. Secondo un rap­porto sui set­tori gio­va­nili euro­pei del Cen­tre Inter­na­tio­nal d’Etude du Sport (Cies) Foot­ball Obser­va­tory, non c’è una società ita­liana tra le prime dieci “pro­dut­trici” di atleti. Ovvero, che for­mano cal­cia­tori nel set­tore gio­va­nile per poi inse­rirli nella rosa della prima squa­dra, oppure ven­den­doli a un altro club. Senza con­si­de­rare che è una poli­tica dai divi­dendi assicu­rati: minor spesa sul mer­cato, niente bilanci in rosso, talenti che diven­tano l’anima cal­ci­stica del club.
La scuola calcio è anche un buon business, non dico no. Ci vogliono, tuttavia, un’ottima organizzazione, tecnici di grande qualità, e soprattutto tanta passione e voglia di coniugare sport e divertimento dei ragazzi. I bambini guardano il pallone come una sfera di cristallo; ognuno di essi ci legge, per sè, un futuro da star: una maglia importante, una fascia sul braccio, uno stadio che lo acclama. Ma la realtà è, purtroppo, spietata e crudele. La statistica rivela che soltanto uno su 4-5mila arriverà a esordire in A. Una buona scuola calcio, oltre a sfornare talenti, deve soprattutto formare degli uomini e prepararli alla vita, basandosi sui valori che soltanto lo sport è capace di infondere.
La regola è che quel manipolo di aspiranti eroi, con la maglia sempre un po’ troppo larga, finirà a fare altro: meccanico, panettiere, impiegato, ragioniere. Sognando Beckham, si ritroverà a lavorare al catasto. Ma tanto più egli sarà fiero ed orgoglioso di questo, tanto più la scuola che ha frequentato avrà vinto. Era questo il “sogno di Ciro”. Mi piace pensare sia questo il nuovo “sogno di Oreste” ( e ovviamente di Diego)