Diciamoci la verità, senza arzigogoli e giri di parole: per quanto visto fino ad oggi, il Benevento (inteso some squadra di calcio) è scarso.

In tutto.

Scarsi i giocatori, scarso il gioco (?) espresso, scarsa la conduzione tecnica, scarsa la direzione sportiva, scarsa l’organizzazione societaria, espressione di figure professionali probabilmente inadeguate alla categoria. Non per colpa loro, sia chiaro. L’esperienza, la conoscenza dell’ambiente, il bagaglio tecnico-culturale, l’empatia, il rapporto con le persone che contano, è tutta merce che, purtroppo, non si compra sui mercati. Più che altro, in seno al Benevento Calcio, l’organizzazione sembra lasciar spazio all’improvvisazione. Ed è forse lì che iniziano, e vanno individuati, i veri problemi.

Crudele? No, realista.

Si può dire tutto ed il contrario di tutto, ma quel che conta, come sempre, sono i numeri, che parlano chiaro e sono impietosi. Non sto qui a ripeterli, è un fatto noto. Com’è altrettanto noto – ahimè- che quei numeri nefasti stanno esponendo la Benevento calcistica al pubblico ludibrio, al ridicolo a livello quasi planetario.

La spasmodica ricerca dei “colpevoli” di una situazione così mortificante ed umiliante è un esercizio al quale mi sottraggo volentieri.

Nello sport (come nella vita in genere), se un individuo è “scarso”, nel senso che ha dei limiti, è inutile pretendere da lui quello che non potrà mai dare. E’ però lecito attendersi che egli supplisca alle sue carenze ed ai suoi limiti mettendo in campo altri argomenti ed altre qualità, non necessariamente tecnici.

Ho come l’impressione, invece, ma mi auguro di essere smentito, che gran parte dei nuovi calciatori giunti a Benevento non abbia ben chiara l’idea del peso della maglia che indossa.

E’ noto che la rosa dei calciatori sia completamente diversa rispetto a quella che, soltanto pochi mesi fa, aveva ottenuto con pieno merito la promozione in serie A.

Alla luce dei risultati fin qui ottenuti dai nuovi interpreti e delle loro prestazioni sportive ai limiti della decenza, viene da chiedersi con quale criterio, secondo quale logica e soprattutto “chi” abbia voluto l’ingaggio di calciatori dotati di provata esperienza in serie B, ma che avrebbero comunque rappresentato delle scommesse nel campionato maggiore, in luogo di altrettanti calciatori dotati quantomeno delle medesime caratteristiche (se non addirittura qualcosa in più) ma che, in aggiunta, avevano dalla loro il non trascurabile vantaggio di conoscersi, di aver giocato insieme da tempo e, soprattutto, di essere amici, sul campo e nella vita, oltre ad aver maturato un forte feeling con l’ambiente per le emozioni e le gioie che avevano saputo regalare.

Se è vero che non può valere, nello specifico, il detto “squadra che vince non si cambia” (considerato il salto di categoria) è altrettanto vero che “squadra che vince non va stravolta

In medio veritas”, dicevano i latini, per cui sarebbe stato più logico mantenere l’ossatura della squadra integrandola con due o tre innesti di calciatori di provata esperienza e valore nella massima serie, gestendo anche meglio il budget di investimento previsto, che pur è stato consistente.

Certo, parlare con il senno di poi è facile. Non nego che all’alba del 1°settembre scorso ero tra quelli che valutavano abbastanza positivamente il mercato del Benevento, pur temendone la tardività eccessiva (praticamente risolto all’ultimo minuto dell’ultimo giorno, a campionato iniziato) e storcendo il naso per l’addio forzoso di alcuni protagonisti della passata stagione, in particolare Camporese, Lopez, Padella e, ovviamente, Ceravolo.

Non potremo mai avere la prova certa, ma siamo proprio sicuri che con in campo i vari Lopez, Padella, Camporese, De Falco, Falco, Ceravolo, Cissè, Buzzegoli o Pezzi, oggi ci sarebbe stato ancora quello squallido e mortificante ZERO in classifica? Siamo proprio sicuri che coloro che s’erano guadagnati “sul campo” la serie A non avrebbero, poi, lottato alla morte per mantenerla, anche a costo di mandare qualche avversario intento a “fare il fenomeno” a sbattere sui cartelloni pubblicitari ?

Chiudo il capitolo calciatori con l’amara constatazione che i nuovi arrivati, e mi riferisco in particolare a coloro che avrebbero dovuto far fare il salto di qualità per i loro trascorsi nella massima serie, si sono rivelati fin qui scarsi, abulici, svogliati, demotivati e poco propensi alla “lotta”, denotando, oltre ad una dubbia professionalità, anche una forte mancanza di rispetto sia nei confronti della società (che li paga profumatamente), sia nei confronti dei tifosi che “al buio”, ed ancora prima che la campagna acquisti estiva fosse entrata nel vivo, avevano sottoscritto in massa onerosissimi abbonamenti. Ma del resto, a molti di loro quanto possano interessare le sorti del Benevento Calcio e soprattutto la sua permanenza in serie A se, bene o male, hanno sottoscritto un contratto “blindato” che, in caso di retrocessione, garantirebbe loro la possibilità di svincolarsi e di restare comunque nella massima serie calcistica? Per non parlare, poi, dei calciatori “prestati” al Benevento i quali, comunque vadano le cose, faranno senz’altro ritorno alle loro “case madri”. Mi dite voi quale incentivo possano avere a buttare il sangue sul campo per il Benevento e per i suoi tifosi?

Altro capitolo dolente: l’allenatore.

Premetto che non finirò mai di ringraziare mister Baroni per aver traghettato, contro ogni più roseo pronostico della vigilia, il Benevento in serie A praticamente al primo tentativo. Penso, tuttavia, che i tempi dei ringraziamenti siano finiti ed occorre guardare in faccia la realtà.

La squadra, al di là degli infortuni e delle squalifiche varie che pur hanno influenzato la resa, non esprime un gioco o qualcosa che possa definirsi tale per il palcoscenico che calca e per gli obiettivi prefissati.

Nonostante l’evidenza dei fatti, il tecnico continua a vedere quello che pochi o nessuno vede ed è sempre più in confusione mentale. Ultimamente non ostenta neanche la serenità e la pacatezza che fino a qualche tempo fa l’avevano contraddistinto; malcela nervosismo anche nelle risposte che oppone ai giornalisti televisivi e della carta stampata. Dà l’impressione che voglia sempre arrampicarsi sugli specchi, a difesa dell’indifendibile, senza mai assumersi alcuna responsabilità, cercando, se possibile, di addossarle ad altri o accampando scuse o alibi (infortuni, errori di singoli, sfortuna ecc.). Vede sempre e soltanto il lato positivo delle partite (a volte lo vede soltanto lui, come ad esempio nel post Verona- Benevento). Inquietanti, oltre che offensive dell’intelligenza di chi ascolta, le sue affermazioni nei post-partita, diventate ormai standardizzate e ripetitive ai limiti dell’ossessione. E tutto ciò dall’inizio del campionato. Parole che, come un disco registrato, riecheggiano ad ogni intervento post gara, così come ad ogni conferenza stampa di metà settimana.

Un serio professionista (e Baroni lo è) è anche, e soprattutto, colui che, quando è il momento, sa ammettere le proprie responsabilità e ne sa trarre le conseguenze, spesso dolorose, ma opportune, se non addirittura inevitabili.

Invece no. Al momento egli è ancora lì, al suo posto, che si tiene ben stretto, forte anche della “fiducia” della società e del presidente Vigorito in primis. Continua a dire che il campionato del Benevento inizierà alla prossima partita e che si dovrà ripartire da quanto di buono visto nell’ultima disputata.

Veniamo alla questione  “direttore sportivo”.

Non ho nulla contro Salvatore Di Somma. Del resto la sua carriera è di tutto rispetto. Un buon giocatore prima, poi un bravo allenatore, in seguito un valido dirigente (area tecnica), infine direttore sportivo a seguito della “promozione” che, nel 2013, gli propose Oreste Vigorito.

Un autentico autodidatta formatosi “sul campo”. Furbo, scaltro, competente nonchè profondo conoscitore del mondo del “calcio minore”. Ma, con tutto il rispetto, la Serie A è un altro mondo e credo che in una società che ambisca a crescervi e a restarvi a lungo e che non voglia definirsi “piccola”, il direttore sportivo debba avere compiti ben precisi ed individuabili, quali:
la responsabilità di un determinato incarico, affidatagli direttamente ed esplicitamente, in modo continuativo;
– la rappresentatività all’esterno della Società per la parte che gli compete, nei contatti con le altre società e soggetti terzi (compresi gli altri direttori sportivi).

Solo chi, nello svolgimento del proprio compito, riunisce in sé contemporaneamente, nella misura che al suo incarico compete, sia una specifica responsabilità all’interno della squadra che un’esplicita rappresentatività all’esterno, può essere qualificato come “dirigente sportivo”. In altre parole, non conta tanto il tipo o l’importanza delle mansioni che uno svolge di fatto, quanto piuttosto il mandato con il quale viene incaricato ufficialmente di svolgere, diventando così responsabile delle mansioni agli occhi della società e rappresentando a tutti gli effetti la voce ed il volto del sodalizio quando lo svolgimento del suo compito lo porta a contatto con enti esterni e con gli altri direttori sportivi.

La definizione di dirigente, così delineata, sgombra il campo da possibili equivoci o confusioni e mette a fuoco una figura di protagonista della vita della società sportiva la cui importanza diventa sempre crescente con l’espandersi della struttura e dell’organizzazione societaria.

E’ in grado il signor Salvatore di Somma, di ricoprire tale gravoso incarico? E, soprattutto, fino a che punto la società Benevento Calcio ha seriamente intenzione di “spingersi” nell’ottica di demandare o delegare a terzi compiti così delicati?

E con questo ho introdotto l’ultima parte della mia analisi: l’organizzazione societaria.

All’inizio di quest’articolo l’ho definita scarsa;  desidero chiarire meglio il concetto. La scarsezza non va intesa nel senso di “pochezza qualitativa”, quindi in senso offensivo, piuttosto nel senso di “carenza” e “deficit strutturale”.

In una piccola società, sia essa nascente o in via di strutturazione, non sempre è possibile avere dei ruoli ben definiti e spesso il presidente assume di fatto anche la funzione di amministratore, in parte anche di dirigente unico; quanto più la società cresce e si dà una struttura organizzativa, si fa strada l’esigenza di una migliore divisione dei compiti e delle responsabilità.

Da questa “legge” non sono immuni le società sportive.

Sotto l’aspetto organizzativo, ed anche a livello di figure professionali, a mio avviso il Benevento Calcio stenta ancora a scrollarsi di dosso la fisionomia tipica di una società di serie C.

La gestione degli abbonamenti a luglio, le problematiche scaturite dalla vendita on-line dei biglietti (parzialmente riparate), gli infortuni a catena dei giocatori e, da ultimo, l’approssimativa  gestione dell’affaire Lucioni, ne rappresentano soltanto alcuni esempi lampanti.

Forse, anzi sicuramente, alla crescita non ha contribuito il repentino doppio salto di categoria.

Ma c’è tempo, e modo, per rimediare. Bisogna darsi una mossa. Ormai i tempi stringono.

Alle parole facciano seguito i fatti; girare intorno ai problemi non serve: l’unica soluzione per risolverli è AGIRE.

Come il Cagliari Calcio che, senza star a pensarci più di tanto e nonostante i 6 punti in classifica, ha appena silurato il tecnico Rastelli e tutto il suo staff.

Che l’inerzia della società Benevento Calcio sia soltanto una questione di soldi ?