La regione Lazio, su iniziativa del suo Presidente  Nicola Zingaretti, ha emanato un bando per ginecologi non obiettori, finalizzato al servizio di interruzione volontaria di gravidanza. Un bando che per la prima volta viene destinato soltanto a chi non vuole fare obiezione di coscienza.

Immediate le reazioni di quanti, medici cattolici, il Movimento per la Vita e la Cei , contrari alla legge 194 che prevede il diritto di interruzione di gravidanza da parte della donna, hanno accusato il provvedimento di discriminazione nei confronti degli obiettori; il bando, per la prima volta, è destinato solo a chi non vuole fare obiezione di coscienza.

zingarettiIn risposta alle critiche giuntegli dal mondo cattolico, Zingaretti ha affermato : “Dobbiamo affrontare il grande tema dell’attuazione vera della 194 nei modi tradizionali, anche sperimentando forme molto innovative di tutela di una legge dello Stato che altrimenti verrebbe disattesa”.

La legge n.194 relativa alle “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, fu varata dal Parlamento italiano nel 1978 consentendo alla donna, nei casi previsti dalla legge, di poter ricorrere alla interruzione volontaria di gravidanza in una struttura pubblica o poliambulatorio convenzionato con la Regione di appartenenza.

Fino al 1978 l’interruzione di gravidanza era regolata in Italia dal Codice penale (art.545 e segg.) e considerata, a tutti gli effetti, un reato. Tra la fine degli anni ’50 e l’inizio dei ’60, l’attenzione, soprattutto dei giornali, si concentrò sulle tante morti di donne a seguito di aborti illegali, rivelando una realtà fino ad allora quasi sconosciuta nelle sue reali dimensioni. Si calcola, secondo dati approssimativi, che gli aborti procurati in un anno ammontassero a circa un milione, eseguiti o dalle donne stesse o da poco affidabili ”mammane”, o da infermieri o medici che si limitavano a lucrare su quegli eventi, senza particolare interesse per la salute delle donne.

Gli studi successivi appurarono l’enormità del fenomeno che, per ragioni culturali e sociali, veniva sistematicamente ridimensionato se non ignorato. Importante fu il ruolo, in quegli anni, del “Movimento di liberazione della donna” federatosi nel 1970 con il Partito Radicale, movimento che rivendicava la libertà della donna anche nella decisione di portare a termine una gravidanza. l’11 febbraio 1973 fu presentato un primo disegno di legge sull’interruzione di gravidanza, primo firmatario Loris Fortuna.

Immediata la reazione dei rappresentanti del mondo cattolico, già in agitazione per la legge sul divorzio di quegli stessi anni, che condannarono la proposta in nome del diritto alla vita del nascituro, a prescindere dalle circostanze che avevano portato alla sua procreazione. Acceso il dibattito, nato a seguito della proposta di legge, in merito all’epoca precisa in cui un individuo in gestazione fosse persona a tutti gli effetti, se dal momento della procreazione o da quello della nascita, o ancora dopo i primi tre mesi.   Forte in quegli anni la spinta del movimento femminista che rivendicava i diritti delle donne in ogni ambito, compreso quello della procreazione.

Il 17 maggio 1981 il popolo italiano è stato chiamato a pronunziarsi sulla richiesta di abrogazione di una legge (la 194, approvata il 22 maggio 1978), che consentiva l’aborto volontario entro i primi novanta giorni dal concepimento, l’esito del referendum ha registrato l’affermazione schiacciante dei paladini dell’aborto che hanno avuto il 68% dei votanti; i difensori della vita, dell’uomo, della ragione si sono fermati invece al 32%.

La legge sull’interruzione di gravidanza però non è mai stata applicata in modo adeguato, soprattutto a partire dagli anni seguenti il varo della legge stessa, migliaia di medici, per ragioni di coscienza, ma anche di opportunità personale e professionale, si sono dichiarati obiettori di coscienza. Tante le donne che recatesi presso i nosocomi adibiti all’interruzione di gravidanza, sono state spesso trattate con biasimo o scarsa premura, quasi a voler sottolineare l’errore della loro scelta, senza approfondire le ragioni della stessa.

Oggi, nel nostro paese, sono tante le città in cui è impossibile ricorrere al servizio di interruzione di gravidanza pubblico a causa dell’esiguo numero di medici disposti al rispetto della legge, la cosa finisce perciò per alimentare la fortuna dei centri medici privati, luoghi in cui a volte  capita che operino quegli stessi medici che negli ospedali pubblici si dichiarano obiettori.

Premesso che l’interruzione volontaria di gravidanza da nessuna donna è vista come un sistema anticoncezionale – ci sono strumenti molto meno invasivi e dolorosi cui poter ricorrere – , rimane il fatto che chi ricorre ad essa deve avere motivi seri e tormentati, motivi che non lasciano spazio ad altre decisioni, motivi che dilaniano la donna ma che lei sola può valutare,  accettare una gravidanza infatti  vuol dire accettare di dare la vita ad un individuo che ha il diritto di essere desiderato e amato.

La necessità di garantire il rispetto di una legge dello Stato e di soddisfare un diritto delle donne, ha prodotto dunque il bando di concorso della Regione Lazio, non per escludere gli obiettori, come si è criticato, ma solo per garantire che un diritto sancito dalla legge sia rispettato.

Nessuno obbliga le donne ad abortire, ma se nel mondo 8.5 milioni di donne muoiono a seguito di un aborto non regolamentato, perché accodarci a questa triste statistica e non preoccuparci invece di lasciare che ognuno nel nostro paese, in questo caso le donne, possa scegliere liberamente di tutelare se stesso e la propria possibile progenie grazie al rispetto di una legge di un paese civile?