Cioè (come direbbe un’adolescente, per cominciare e non per concludere), appena entrate nell’aula insegnanti dovevamo parlare di cosa preparare per pranzo?!?

Il mio incontro mattutino con le colleghe.
Ci aspettavano quattro ore di battaglia sul fronte didattico-pedagogico e qual era il problema?
Tu che pensi di fare?
“Dove? Per cosa? La lezione di oggi?”
No. A pranzo…”.
Nulla era più  lontano dalla mia mente.
Le creature arrivavano  in aula: bacetto dalle femminucce e da qualche maschietto più tenero; confidenze sussurrate all’orecchio; piccoli malumori…
Cominciava un altro intenso percorso, certamente bello, chiaramente faticoso ma, care mie, entusiasmante!
Quando una bimba ti confidava di avere due fidanzati (“uno qui, un altro nelle seconda B”) che facevi? Io chiedevo “Ma lo sanno , loro?” E lei “No”. Normale. La mia femminuccia aveva le idee chiare. Che meraviglia…
Eravamo completamente  presi, alunni e maestre, gli uni delle altre, e non si consideravano altre cose!
E poi era tutto un gioioso stare insieme, fare, dire, provare, costruire, giocare.
I giochi sul terrazzo; le prove per la recita, in teatro; i lavoretti per le feste; l’organizzazione per una gita; i colloqui con i genitori ansiosi: quante ore aveva un giorno scolastico?
Nella testa, era un frullare di idee mentre li tenevi tutti avvinti  a te sollecitandone l’attenzione.
Il pranzo?! Ma si poteva?!
Capivo il pettegolezzo, la critica magari poco benevola, le proteste contro il direttore e così  via, ma quella del pranzo proprio non la mandavo giù.
Beh, ma come fai?
Uh, Gesù! A casa, apro il frigorifero…
P.S.: tutto questo, con la DAD (didattica a distanza), dov’ è?