(Sabrina Cirami*) – Alla mia riflessione sulla quota 100, molti amici e lettori, mi hanno fatto sapere, direttamente o indirettamente, che parlare è facile ma trovare soluzioni meno! E, ritenendomi io una persona alquanto pragmatica, devo ammettere che quanto da me affermato non ipotizza alcuna soluzione, limitandosi a riportare i presupposti di una legge e criticandone l’assunto e la fondatezza, oltre che la logicità.

Quindi, riflettendo, ho maturato l’idea che la soluzione potrebbe essere trovata con applicazione del metodo della matematica attuariale, principio su cui si basa la tecnica assicurativa. Mi spiego meglio. Pensando al 2019 come anno di compimento dei 65 anni per i nati nel 1954 (ritenendo i 65 anni un compromesso tra la longevità ed il diritto a godersi la pensione) ed ipotizzando che gli stessi soggetti possano vantare almeno 35 anni di contributi (quindi essere occupati dai 30 anni di età), le pensioni anticipate potrebbero essere pensate per chi ha versato una somma pari o superiore alla quota contributive annuale, rivalutata, per tutti gli anni di lavoro.

Ovviamente questo comporterebbe l’ipotesi di percepire una pensione proporzionale al proprio reddito annuo da lavoro dipendente (ma già è così) con la certezza o maggiore probabilità di vedersi restituito il capitale versato con le dovute maggiorazioni. L’attuale situazione invece, ipotizzando una rendita per una media di 16 anni dopo il pensionamento, vede gli italiani perdere almeno la metà della somma versata in una vita di lavoro.

Naturalmente la nostra longevità gioca a nostro sfavore e lo Stato si preoccupa di dover mantenere l’impegno sino alla nostra dipartita e, in alcuni casi, anche oltre (reversibilità). Ma, se i nostri soldi venissero investiti negli anni come previsto dalla normativa previdenziale, questa preoccupazione non dovrebbe sussistere.

Per quanto riguarda la pensione di vecchiaia (di anzianità seguirebbe la logica delle anticipate), il presupposto dovrebbe vedere coloro che hanno iniziato “tardi” a lavorare, destinatari delle somme versate con la dovuta proporzione tra gli anni di lavoro ed i restanti (statistici) di pensione. Quindi, matematicamente, significa che si potrebbe mettere un minimo di legge ai fini contributivi di 20 anni, con diritto al riscatto unitario o per opzione all’erogazione di una rendita mensile, eventualmente crescente (in una fascia di età dai 60 ai 65 anni) così da garantire alle casse dello Stato il mantenimento delle disponibilità finanziarie costanti.

Ma naturalmente io non sono un esperta (se non nei limiti delle mie competenze e dei miei studi) e quindi, molti potrebbero dire che ciò che ho scritto, non ha senso. Ma, a mia difesa, sostengo (qualora necessario) che da cittadina italiana, sono libera di dire la mia e cioè che la Quota 100 (38+62) diventa pura utopia, visto che 38 anni di contributi nel 2019 significano poter vantare una posizione contributiva dal 1981 (a 24 anni di età); e nel settore privato “statisticamente” si è occupati dai 28/30 anni (i 24 erano una prerogativa degli anni 70). Ed i nati nel 1957/1958 che non abbiano rispettato l’età giusta per essere occupati non sono inclusi nelle disposizioni vigenti.

In conclusione, quindi, la soluzione possibile, che se affidata all’esame di esperti troverebbe una esatta applicazione rispetto ai “pensieri” di una voce qualsiasi come la mia, potrebbe trovarsi nel rifare un po’ di conti; garantendo agli italiani la restituzione del capitale versato, che da paese democratico e libero dovrebbe potersi versare a chi si vuole. Fatta salva la legittimità dell’imposizione al pagamento.

*Sabrina Cirami è Consulente del lavoro, fiscalista ed esperta in gestione delle risorse umane, dal 2009 ricopre il ruolo di Training Manager per una società di formazione con sede in Milano. Specializzata in ambito giuridico ed economico, dal 2005 è delegata dal Ministero del lavoro e delle Politiche Sociali all’intermediazione, ricerca, selezione e formazione delle Risorse Umane.  Dal 1997 è consulente tecnico d’ufficio (CTU) del Tribunale di Agrigento e Corte D’Appello di Palermo nelle sezioni lavoro e fallimentare. Dallo stesso anno collabora con studi legali sul territorio nazionale nell’ambito del contenzioso lavoro e tributario.