Sono passati quattro anni dalla morte dell’ex leader libico Mohammar Gheddafi, “giustiziato” a freddo con il figlio Mutassim ed alcuni suoi fedelissimi per mano della “intelligence straniera”.

I media internazionali hanno inneggiato subito dopo la morte del dittatore libico, dopo quarantadue anni di potere personale assoluto, tutti avevano creduto che la Libia si avviasse verso un futuro di libertà e democrazia, che seguisse la Tunisia e l’Egitto sulla strada delle rivoluzioni dei gelsomini, ma le speranze dei tanti si sono scontrate con l’amara verità di un paese frammentato fra etnie, clan e forze religiose diverse.

La guerra contro Gheddafi era stata benedetta dall’occidente come “una crociata contro una dittatura e contro di lui”, una crociata a cui il leader libico aveva risposto che non sarebbe mai fuggito, ma “sarebbe morto nel suo Paese da martire”, così è stato, ma la sua morte ha suscitato lotte intestine che nessuno riesce ancora a domare, fatto questo che lo stesso Gheddafi aveva preannunciato definendo se stesso come l’unico in grado di tenere sotto controllo e unito il paese.

Se è vero che la democrazia è un bene per conquistare la quale ogni sacrificio sembra accettabile, dietro la morte del Rais è possibile ritrovare misteri e trame politico-economiche, la più conosciuta è quella del finanziamento di 50 milioni di euro ricevuto da Sarkozy per la sua campagna elettorale e di cui il Presidente francese desiderava cancellare traccia; la stessa Italia, in un quadrangolare geopolitico nel mediterraneo, con Russia ed Algeria e poi anche Turchia, aveva interessi in un progetto di un gasdotto, di cui Roma era titolare con una partecipazione maggioritaria, che coinvolgeva il territorio libico, per cui finirà con lo schierarsi con francesi, inglesi e americani per eliminare il dittatore.

Più di chiunque altro, a voler eliminare Gheddafi erano gli stessi che lo avevano “sdoganato” diventando amici del Rais per poi sentirsi traditi per gli affari non andati in porto come sperato ma invece a favore di russi e connazionali.

Certo è che i tanti intrighi ed i personaggi che li hanno costruiti, non hanno saputo valutare adeguatamente le conseguenze dell’eredità del leader libico nel suo paese, il dittatore infatti aveva deciso di far ricorso ad un esercito finanziato con il  petrolio per schiacciare ogni opposizione interna, indifferente alla costruzione di strutture statali che fossero in grado di sopravvivere dopo di lui e questo ha determinato il tracollo del paese verso la china di una  guerra civile di cui non si vede la fine.

La Libia paga oggi il conto di un’economia in cui il fattore discriminante che mette in fibrillazione la società libica è il petrolio, il paese è infatti il secondo produttore del continente africano, con riserve di oltre 60 miliardi di barili a cui se ne  affiancano notevoli altre di gas. La presenza nel paese, politicamente fragile dopo la morte di Gheddafi, significa per tanti poter ‘cavalcare’ le possibili ‘rivoluzioni arabe’, traendone ovviamente vantaggi, possibilità che sono però sempre più limitate dalla progressiva penetrazione cinese nello stesso  paese.

La Libia è oggi, tra l’altro, una Città-stato in perenne guerra con se stessa, ormai infinite le milizie in campo, poco compatte e gestite da governi diversi, si contano infatti due governi, due parlamenti, 140 tribù, 230 milizie fra le quali non dobbiamo dimenticare quelle dell’Isis; esistono dunque 3 Libie in uno stato che non esiste più, un luogo dove a regnare è il caos, politico e militare. Sembra quasi che il futuro del paese sia da ricercare nel suo passato, un futuro nel quale per contrastare “l’ordine” del Califfato non si possa che ritornare all’ordine tribale.

Il fantasma di Gheddafi però perseguita non solo la Libia, ma gli stessi paesi europei che lo hanno combattuto, tutti alle prese con una delle più grandi crisi degli ultimi decenni, quella delle migliaia di migranti che partono dallo Stato libico per riversarsi in Europa, facendo così saltare ogni schema istituzionale prestabilito e consolidato.

Sembra che la maledizione dell’uomo che aveva condotto il gioco mediterraneo per quarant’anni si vada concretizzando oggi, “Ci sono milioni di neri che potrebbero attraversare il Mediterraneo per la Francia e l’Italia, e la Libia svolge un ruolo nella sicurezza nel Mediterraneo”, così si era espresso il Colonnello durante il suo tentativo di mantenere il potere.

Le tante tribù a cui appartiene l’85 per cento dei libici sono state le vere artefici della fine del potere di Gheddafi, non gli intellettuali, né le masse operaie, ma le masse tribali che hanno voluto la fine del potere del Colonnello avvalendosi dell’appoggio di paesi stranieri interessati.

Oggi gli uomini del Califfo approfittano della spaccatura tra le tribù, gli uni contro gli altri armati, per penetrare nel paese con la loro ideologia violenta, per spaccare un fronte già frantumato tra Fratelli musulmani, islamisti, milizie di Misurata, ‘laici’ del governo legittimo di Tobruk, milizie di Zintan e l’armata di Khalifa al Haftar. Dentro questo arcipelago politico esistono poi, guerriglieri ancora legati al Rais che vorrebbero vendicare la morte del loro capo.

L’occidente gioca, in questi frangenti, un ruolo scomodo e pericoloso, si trova a dover scegliere tra appoggiare chi e perché, aderire ad operazioni di pace, mettere in equilibrio interessi di paesi come l’Algeria, la Tunisia, il Ciad, il Niger, ma soprattutto aiutare la Libia a riconquistare la propria identità perduta, unica ancora di una pace difficile, ma necessaria, o essere travolta dall’eredità di Gheddafi.