La giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne è stata istituita dall’Assemblea generale dell’ONU nel 1999. La data del 25 novembre è stata scelta sulla base della decisione di un gruppo di donne riunitosi in Colombia nel 1981, dopo il brutale assassinio di tre sorelle, le sorelle Mirabal, che, con coraggio, avevano lottato contro il regime del dittatore dominicano negli anni ’60.

Una giornata importante, ma che non dovrebbe esistere perché la violenza non è mai ammissibile, specie poi quando la si usa verso un proprio simile. Gli uomini non devono usare la violenza in nessun contesto, a maggior ragione verso le donne, loro compagne di vita, non loro nemiche, né tantomeno oggetti di loro proprietà.

I dati del Rapporto Eures 2019 su “Femminicidio e violenza di genere” mostrano una situazione drammatica: nei primi dieci mesi di quest’anno sono stati già 94 in Italia gli omicidi con vittime femminili, quasi uno ogni tre giorni: 80 commessi in ambito familiare/affettivo e 60 all’interno di una relazione di coppia.

Persino in un’epoca che si professa civilizzata come la nostra, il fenomeno sta raggiungendo dimensioni che definire barbariche è poco.

Tragico il dato di violenze che si consumano soprattutto in ambito familiare o affettivo, un luogo o una condizione che dovrebbero invece rassicurare perché dovrebbero basarsi sull’amore e il rispetto.

Perché si usa la violenza contro le donne? Chi usa la violenza lo fa solo rispondendo ad un istinto animalesco, che di animalesco ha davvero poco perché gli animali non uccidono le loro compagne, ma ne rispettano la funzione di progenitrice?

Usare la violenza è sempre una sconfitta per chi ne fa uso, chi uccide o fa del male ad una donna è già un perdente, la sopraffazione del più debole è solo un’ammissione di impotenza nella gestione di un rapporto, è la manifestazione della sconfitta della ragione e del sentimento, là dove quest’ultimo è la caratteristica che ci rende umani e ci fa grandi nell’universo.

La saggezza, l’amore, l’intelligenza, mente, anima, spirito… si misurano con la forza? Bisogna essere forti per vivere civilmente?

La forza è necessaria a volte in alcuni lavori, nella difesa di se stessi o dei propri cari, ma a che serve nei rapporti con altri esseri umani?

La storia racconta della imposta sudditanza della donna all’uomo nella società e nel tempo, ma è storia antica, perché governata dalla convinzione maschile che la forza fisica fosse superiore ad ogni altra capacità, il tempo ci racconta di pratiche crudeli che venivano imposte alle donne per ribadire la loro sudditanza all’uomo.

Cosa ha fatto sempre paura all’uomo nei confronti delle donne? Forse il potere riproduttivo tipica dell’organismo femminile?  Un miracolo non alla loro portata perché per secoli sconosciuto come fenomeno biologico? Quella facoltà di procreare, assegnatale dalla natura, la facoltà di dare la vita, di mettere al mondo un altro essere umano, dopo averlo nutrito e fatto crescere dentro di sé, ha dotato la donna di uno sconfinato potere, che l’ha resa in qualche modo simile a Dio?

O piuttosto l’ignoranza di tale fenomeno e per questo origine di paura e diffidenza verso chi ne era portatore, come di ogni cosa che non si conosce? Eppure le donne non hanno mai rivendicato diritti su questa loro funzione biologica ed anzi, spesso, hanno rivelato forza e determinazione davanti ad un pericolo, soprattutto se questo minacciava la propria progenie o il proprio uomo.

La donna è più fragile dal punto di vista muscolare rispetto all’uomo, ma può essere questa una condizione di sudditanza sociale o è solo un modo diverso in cui si manifesta l’essere umano?

L’uomo uccide o ferisce la donna per un presunto diritto di proprietà su di essa, ma la donna non è, come l’uomo, proprietà di nessuno, il patriarcato è ormai morto come sistema sociale e così pure il suo indissolubile nesso con realtà pervasive come la proprietà, il dominio, lo sfruttamento, la sovranità; il suo essere fondamento e cornice di tutte le forme che quelle realtà hanno assunto nelle diverse fasi della storia.

Da poco, veramente da pochi anni, le  donne stanno faticosamente cercando di autodeterminare la loro vita, sia nel lavoro sia nel privato e questo cambiamento epocale ha alterato in modo irreversibile la relazione tra uomini e donne, portando un comprensibile disorientamento tra chi per anni aveva goduto di un potere di scelta totale all’interno della coppia. La televisione, ha agito spesso da indiscussa proponitrice di modelli obsoleti dove le donne, e in particolare le giovani donne, vengono presentate come oggetti, decorazioni, deumanizzate dunque, belle cose da possedere che non chiedono alcun tipo di sforzo relazionale.

Oggi la guerra del fondamentalismo islamico contro l’Occidente evidenzia che la posta in gioco di quello “scontro di civiltà” è la conquista o riconquista di un potere sulle donne che il femminismo o l’emancipazione della donna nel mondo occidentale hanno sconfitto.

In passato la donna era un accessorio del capofamiglia (padre o marito). Nel Codice di Famiglia del 1865 le donne non avevano il diritto di esercitare la tutela sui figli legittimi, né tanto meno quello ad essere ammesse ai pubblici uffici. Le donne, se sposate, non potevano gestire i soldi guadagnati con il proprio lavoro, perché ciò spettava al marito. Alle donne veniva ancora chiesta l’”autorizzazione maritale” per donare, alienare beni immobili, sottoporli a ipoteca, contrarre mutui, cedere o riscuotere capitali. Tale autorizzazione era necessaria anche per ottenere la separazione legale. L’articolo 486 del Codice Penale prevedeva una pena detentiva da tre mesi a due anni per la donna adultera, mentre puniva il marito solo in caso di concubinato.

In Italia solo il 10 agosto del 1981 è stata abolita la legge sul “delitto d’onore”, una legge che consentiva al marito o ad un familiare maschio di uccidere la donna che si presumeva avess e arrecato danno all’onore della famiglia con comportamenti sconvenienti rispetto alla morale pubblica.

La storia e la società però sono andate avanti e, dopo mille battaglie combattute dalle donne in nome dei loro diritti, siamo giunti all’oggi, alla parità di genere sancita, inoltre, dall’articolo 3 della Costituzione – Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali… – , ogni donna può dunque scegliere come, dove e con chi vivere la propria vita ed ogni atto di violenza contro di essa è non solo condannato dalla legge, ma è soprattutto un atto di barbarie gratuita e ingiustificata.