21 anni fa si compiva la strage più grave in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, lo sterminio di oltre 8mila persone, portata a termine dalle milizie serbo bosniache nonostante le truppe  dell’ONU fossero presenti in quel luogo. L’episodio risale ai tempi della guerra in Jugoslavia, siamo negli anni 1991-1995, quelli cioè immediatamente successivi alla morte di Tito, il rivoluzionario dittatore comunista jugoslavo che, alla fine della seconda guerra mondiale, sconfitti i tedeschi, gli ustascia e gli italiani, unificò il territorio jugoslavo in un unico stato.

Il paese da lui voluto era però una nazione costituita da 6 repubbliche molto diverse fra loro per ideologia, religione, cultura e livello economico e per questo nascevano spesso scontri e tensioni che venivano brutalmente repressi dal regime comunista di Tito.

Dopo la morte del dittatore Tito, riemersero nel paese i nazionalismi fino ad allora tenuti a freno dal governo di Belgrado, specialmente quello degli albanesi del Kosovo, acerrimi nemici dei serbi. Ben presto le repubbliche jugoslave si prepararono ad approvare, ognuna per proprio conto, modifiche alle loro costituzioni che consentissero la proclamazione della loro indipendenza. Fu così che iniziò una guerra civile che vide “tutti contro tutti e il successivo smembramento della Jugoslavia.

Bosnia_areas_of_control_Sep_94

La Bosnia era la più variegata tra le varie repubbliche federali che formavano l’ex Jugoslavia: la maggioranza dei suoi abitanti era di religione musulmana, ma c’era anche una grossa minoranza di serbi ortodossi e una più piccola di croati cattolici. I serbi-bosniaci avevano cominciato una guerra contro il governo bosniaco, appoggiati dal governo serbo di Slobodan Milosevic, per ottenere l’annessione alla Serbia della loro regione; ma nei territori a maggioranza serba c’erano molte enclavi musulmane.

Lo scopo era quello di creare un territorio omogeneo, dove abitassero soltanto serbi e che sarebbe stato facile da annettere alla Serbia una volta arrivati al tavolo delle trattative, per questo motivo era necessario intervenire a Srebrenica, città musulmana, e nei paesi nella valle della Drina, che erano uno dei principali ostacoli a questo progetto.

I serbi avevano assediato la città di Srebrenica , cercando di costringere gli abitanti alla resa per fame, in città mancava ormai acqua e cibo, infatti ad aprile l’ONU aveva proclamato Srebrenica una “safe zone” in cui entrambe le parti avrebbero dovuto interrompere attività militari e aveva inviato sul posto un contingente militare olandese. Ciò nonostante, la mattina del 12 luglio 1995, mentre il generale serbo bosniaco Ratko Mladic, giunto a Srebrenica senza che i soldati ONU intervenissero, rassicurava la popolazione che nessun male sarebbe stato fatto loro, in  presenza sul luogo dei soldati ONU olandesi, l’eccidio veniva avviato.

Vecchi, donne e bambini furono fatti salire su alcuni camion per essere spostati fuori della città, gli uomini, dai 14-15 anni di età in su, venivano bloccati ed accompagnati in un complesso poco distante chiamato la “Casa bianca” per “controllarne l’identità”, in realtà, dietro l’edificio, a pochi metri dal contingente ONU, venivano tutti massacrati. Altri 300, che avevano trovato rifugio all’interno della base ONU, furono consegnati dai caschi blu alle milizie serbe  ( per questi fatti i Paesi Bassi sono stati condannati da un tribunale internazionale). Intanto Mladic si faceva riprendere mentre rivolgeva un discorso ai suoi concittadini serbi: “In questo 11 luglio 1995 siamo nella città serba di Srebrenica, facciamo dono di questa città al popolo serbo”.

Soldati svedesi dell'ONU alla base ONU di Tuzla, il 14 luglio 1995. (AP Photo/Darko Bandic)

Nel giro di 72 ore più di ottomila bosniaci musulmani sarebbero stati trucidati senza che la comunità internazionale intervenisse, nonostante la città di  Srebrenica fosse sotto la tutela dell’ONU, le truppe serbo-bosniache giudate dal generale Ratko  Mladic’, con l’appoggio del gruppo paramilitare degli “Scorpion”, compirono un eccidio di cui sono rimasti largamente impuniti , solo  Mladic’ e  Arkan Željko Ražnatović, suo complice,  sono stati messi sotto accusa e condannati. In verità  Arkan Željko Ražnatović, criminale e militare jugoslavo di etnia serba, anche noto con il soprannome di Arkan, a capo di una formazione paramilitare dal nome le “tigri di Arkan”,  uno tra i maggiori ricercati dall’interpool per i crimini compiuti nella ex Jugoslavia, non fu mai portato a giudizio perché il 15 gennaio 2000 fu ucciso nella hall di un albergo di Belgrado  con modalità da esecuzione.download

Successivamente sono state scoperte decine di fosse comuni contenenti i resti umani di più di 6.500 persone, poi identificate solo grazie ad alcuni oggetti loro appartenenti o attraverso esami del  DNA; molti parlano di più di 10mila persone trucidate in quei tragici giorni.

Un addetto bosniaco ispeziona le tombe prima del funerale collettivo per i morti del massacro di Srebrenica al memoriale di Potocari, a circa 120 km a nordest di Sarajevo, luglio 2010. (AP Photo/Amel Emric)

Terribili gli eventi di quei giorni che oggi vengono ricordati soprattutto dai sopravvissuti, ancora più terribile la responsabilità che pesa su tutto il mondo civile e la sua politica per non avere impedito che migliaia di persone, tra cui tante le donne violentate ed i bambini uccisi, sfuggissero alla “pulizia etnica” portata avanti per puro odio etnico-religioso, a quello che i tribunali internazionali hanno definito un massacro “pianificato e coordinato ad alto livello”.

Una diversità solo etnica che diventa ragion sufficiente per il compimento di un genocidio assurdo ed inaccettabile compiuto non per difesa personale, ma solo per affermazione di un’assurda supremazia culturale e religiosa che comunque non può cancellare la diversità fra gli individui, ma soprattutto non regala alcun merito o utile a chi la compie, se non il disprezzo della società civile. A fronte di tali eventi, ricordare diventa un dovere.