(Federica Landi) – “Pensavo se ne fosse andata via la luce e che sarebbe presto ritornata.

Un black-out, nulla di cui preoccuparsi. 

La luce continuava a seguire il buio, senza sosta, ad intermittenza.

Qualcosa non andava. 

La realtà superò crudelmente l’immaginazione. Era tutto molto più grande  delle nostre supposizioni, più delle nostre aspettative, più di noi. 

Nessun black-out, nessuna lampadina impazzita.

Eravamo soli con la nostra terra che tremava.

La prima scossa fu agghiacciante, mi terrorizzò il rumore dei vetri rotti schiantarsi al pavimento, fu seguita subito da una seconda, da una terza e poi da un’altra ancora.

Sentivo la gente urlare, agitarsi, smarrirsi, leggevo il terrore negli occhi dei miei genitori che balenavano da una parte all’altra e che dicevano a me e a i miei fratelli di seguirli, immediatamente, non c’era tempo, ci stava crollando tutto addosso.”

Non è una storia inventata. È la realtà, il ricordo di quella notte che ferì il centro Italia.

È la storia di una ragazza che ha assistito e vissuto impotente il delirio seguito dalla devastazione.

Sono passati tre anni dal giorno in cui le lancette dell’orologio si fermarono per sempre, crudeli e decise alle 3:36 del 24 agosto 2016, ad Amatrice, Accumuli e Norcia.

La terra si contorse in uno straziante lamento, sgretolò tutto in un urlo assordante.

Alle 3:36 la terra si risvegliò, prese vita e la tolse senza pietà, spazzando via tutto, si distrusse e si spaccò in due firmando una scontata condanna a morte.

È difficile essere i protagonisti di una guerra incessante, in cui non ci sono schieramenti, in cui ognuno combatte per se stesso, con la lucida consapevolezza dell’ impossibilità di firmare un accordo di non belligeranza.

In guerra non esistono regole, la guerra non conosce mediazioni o confini e quando la terra trema è guerra, una guerra indesiderata a cui l’uomo non può opporsi e troppo piccolo per ribellarsi, ne esce sconfitto, sempre: o muore o perde se stesso, non si riconosce più, si sente straniero tra tonnellate di macerie, come se fosse stata tutta un‘ illusione fino a quel momento, come se non avesse mai respirato, amato e vissuto davvero.

Perde la sua identità e con essa un luogo da chiamare “casa”. 

Non c’è più niente a ricordare ciò che quei posti sono stati, solo crepe, una pioggia di macerie e tonnellate di polvere mentre beffardo quell’orologio continua a segnare le 3:36, l’ora del terrore, delle urla, della frenesia e poi del silenzio.

È stato tutto troppo veloce e crudele, la conferma del fatto che bisogna fare scarso affidamento su ciò che pensiamo di dominare.

Tre anni fa, a quest’ora, qualcuno ancora cercava di divincolarsi da quei pezzi di vita crollati sulle spalle con il respiro in gola e poca fiducia di uscirne salvo. 

L’uomo si aggrappa alla vita con tutte le sue forze perché teme l’oblio, teme di trasformarsi in poco più di un pugno di polvere, non vuole sparire, non vuole essere dimenticato, non vuole essere una delle vittime stimate dai telegiornali.  Vuole vincere la tragedia e uscirne illeso, almeno fisicamente.

Posti ritagliati dal mondo, isole felici, scenari da cartolina si sono trasformati in teatri di guerra, trincee.

Accampamenti di fortuna in cui si impara a vivere di nuovo, ad accettare nuove condizioni pur di sentire vicina la propria terra ferita e il ricordo della propria casa.

Le strade sono vicoli ciechi in cui di tanto in tanto si notano delle sbarre contrassegnate dalla scritta “zona rossa”.

Norcia soffre per l’abbandono forzato, è stanca della solitudine, stanca di non essere più un posto sicuro,  responsabile del destino dei suoi abitanti che pazienti, fuori dalle sue mura continuano a crederci, desiderano la rinascita con tutte le forze perché stanchi di simulare ancora la normalità.

La gente vuole ricominciare a vivere, non ce la fa più ad arrangiarsi.

Abitano quasi tutti al di fuori delle mura, le soluzioni abitative provvisorie si sono trasformate in prefabbricati patrocinati dallo stato,  lì c’è tutto quello di cui hanno bisogno tranne quello che vogliono davvero. 

Ogni giorno vedono da lontano ciò che sono stati, ogni vicolo un ricordo, e non riconoscono più il paese che li ha cresciuti… Arrugginito dalle impalcature di sostegno, smembrato, mutilato, invecchiato in così poco tempo.

Non ci si può mai fidare del mostro che dorme sotto di noi, potrebbe svegliarsi in qualsiasi momento, distruggere tutto con una semplice scrollata di spalle.

Arriva di soprassalto e col favore della notte agisce.

Alle 2:02, stanotte, a Norcia, l’ha fatto ancora, ha ruggito provocando una scossa di magnitudo 4.1 con 7.9 km di profondità.

Ormai le scosse sono all’ordine del giorno, l’abitudine che non si accetta perché fa paura in tutte le sue forme, manifestazioni e intensità.

Il ricordo va subito al 24 agosto di tre anni fa, alle vittime, ai feriti, agli esuli.

Norcia non ha detto addio a nessuno, ho protetto i suoi cittadini fino all’ultimo, senza pensare a se stessa.

È come se nulla fosse cambiato lì, immobile nel tempo, la paura non è meno acuta e più controllata, è come se fosse di nuovo il 24

agosto.

Al di là delle apparenze, Norcia sanguina, è lo scheletro di ciò che è stata, non si è mai ripresa del tutto, non è risorta ma nemmeno sconfitta, non completamente.

Ancora esiste, ancora le mura reggono, è ancora meta di turisti, si difende come meglio può, incassa colpi e resiste.

Non sarà facile riprendere sonno e far finta che sia stato solo un incubo, le scosse risvegliano i tormenti e alimentano la preoccupazione che possa succedere tutto di nuovo.

I suoi abitanti non si arrendono, non scappano, continuano a sussurrarle messaggi di incoraggiamento per farle forza.

Quella è la loro casa, un po’ inospitale, con qualche graffio ma pur sempre casa.

“ Unica grande opera ricostruire il centro Italia terremotato.” 

~ Comitato Rinascita Norcia